giovedì 16 novembre 2017

Un amore impossibile, ovvero Peppino Caramella e Ciccina Troja - racconti brevi - Ugo Arioti





Siamo abituati a sentire al telegiornale o a leggere sul quotidiano cittadino di rapine e furti in tabaccherie. Cose del tipo “Il giovane ha chiesto di poter acquistare un pacchetto di sigarette. All’atto del pagamento però, proprio nel momento in cui la tabaccaia ha aperto il registratore di cassa per dargli il resto, il ragazzo con mossa fulminea ha allungato le mani in direzione della cassa nel tentativo di appropriarsi del denaro contenuto”. Io, invece, è giusto che ve lo dica, sono legato al ricordo di uno dei più bei film della mia vita, e la tabaccaia è quella di “Amarcord” dell’immenso e fantasmagorico poeta dei sogni: Federico Fellini! Bella e prosperosa come Ciccina Troja, l’esercente di Via Bonello, la rivendita n° 23 che sta vicino al Panificio di Rosa Calandra, di fronte alla fermata dell’autobus.
Ora, dovete sapere che, ogni giorno semifestivo o festivo, un venditore di pane abusivo si ferma proprio di fronte alla tabaccheria e, ogni mattina di vendita, prima di cominciare il suo lavoro entra nel Sali e Tabacchi per comprare una o due buste di tabacco per il naso. Ma questa, come avrete già capito, voi siete furbi di sette gotte, è un scusa! Cosa vuole rubare il giovane Peppino Caramella nella rivendita di Ciccina Troja?

-          Ciccina, ... mi dai un soldo di tabacco per soffiarmi il naso?! - esordì, Peppino Caramella entrando nella bottega di Francesca Troja, in tabaccheria. Peppino vende il pane all'angolo tra Via delle Cappuccinelle e Via Matteo Bonello, proprio di fronte alla rivendita di sali e tabacchi.
-          Lo vuoi profumato? - lo interrogò lei, retoricamente, sorridendo ammiccante. Dovette ripetere la domanda due volte, perché Peppino era rimasto incantato e stordito dal balconcino della giovane venditrice di Sali e tabacchi, la Troja, aperto e in bella mostra, a portata del suo sguardo affamato d’amore e delle sue naturali conseguenze.
-          Allora, lo vuoi profumato o naturale? - ripetè la donna, allungando il sorriso, sorniona!, era un copione già recitato!
-          Che profumo ... di pri - ma - verahh! - balbettò, sospirando, con lo sguardo bloccato sul davanzale prosperoso e promettente della tabaccaia, Peppinello.
-          Oh, … - cercò di destarlo lei, e rideva quasi!, – Peppino, abbiamo Ozona President e Ozona Menthol, in confezioni da cinque grammi. Quale vuoi? -
Per tutta risposta il “panivendolo ambulante”, tirò un respiro e spalancò la bocca, mostrando alla donna il suo miglior sorriso.
-          Siete splendida, donna Ciccina! Datemi quello che più vi aggrada, perché oggi io vorrei morire sopra il vostro petto, come fosse il mio ultimo cuscino! – Certo, non è proprio una bella immagine, ma il trasporto con cui Peppino, recitò la sua parte, faceva capire che lui non ci pensava affatto a morire, in senso biblico, ma d’amore sì!
-          Sei scemo o ti ha mozzicato la mosca verde? - lo rimproverò, bonariamente, lei, muovendo il petto, come fosse una bandiera che il vento apre e chiude, apre e chiude, apre e chiude …
-          No, sono pazzo. Fuori di senno. Non capisco più niente, quando guardo i tuoi occhi verdi, come un lago di montagna ...-
-          Il gusto ci guadagna! Ma va! Peppinello, tu hai “appizzato” i toui fari sul mio seno e … -
-          E?... – speranzoso!
-          Niente, che vogliamo fare? Lo vuoi questo tabacco, sì o no? – sadica!
-          E datemelo voi, regina dei miei sogni d'amore! – lirico!
-          Anche poeta! – deridente!
-          Sarò lo scendiletto su cui cammini tu.... – buttò sul tappeto, come fosse la carta per vincere la mano di tresette. Peccato che il tresette, in questa disputa amorosa, è sempre col morto!
-          Menthol o President? – chiese lei, fissando i suoi occhi, spietatamente!
-          Tutti e due. Vi amo … sì, vi amo, Ciccinella bella mia! – Era l’ultima carta, sperava di far punto!
-          Vedi che sono tre soldi e due centesimi! – implacabilmente netta, come se la voce non fosse la sua, quella di un essere umano, ma di un computer, sintetizzata!
-          E che sono i soldi? Il vil denaro? La vostra leggiadra sostanza d'amore è più bella e importante di una fortuna in zecchini d'oro, di palazzi, di terre, di grandi imprese … - era all’ultima spiaggia e tentò pure la via della compassione per un pover’uomo innamorato!
-          Stai calmo, Peppino! Stai dando di testa. Ti incarto il tabacco. – secca e precisa come un orologio svizzero!
-          Fai pure! Mettilo insieme alle altre buste nella scatola mia! – le rispose, di conseguenza. Poi, tornò all’assalto della diligenza, col garbo di un bandito cortese che mira al cuore della bella passeggera: - Che occhi hai, piccina innamorata! Ahhh … – già vedeva, profilarsi all’orizzonte, una nuova sconfitta.
-      Oh, Peppe Caramella, la scatola che mi hai dato è già piena! – Quella, incurante dei suoi assalti!
-          No, che sentono le mie orecchie? Hai le scatole piene? Spero non di me, che come un gentil pastorello vengo, ogni mattino, a cantar le tue lodi o mia Signora!? – voleva buttarla in scherzo e risalire la china, ma ….
-          Peppino, te lo dico per l’ultima volta e non mi voglio ripetere: tu a me non mi puoi dare niente … perché io sono … - stava per dire “lesbica”, ma il giovane, che non sopportava che si tanta grazia di Dio venisse sprecata, secondo lui, era già uscito dalla tabaccheria.
Questa scena, ormai, si ripeteva da mesi e Peppino aveva investito una fortuna in buste di tabacco da naso, che poi teneva, per cortese concessione di lei, in una scatola di cartone nel retrobottega della tabaccheria, senza farne mai alcun uso.
Certo che la mente umana segue percorsi contorti e strani e non è mai paga di vivere situazioni e sentimenti lineari, di pianura. Ama le montagne, “le discese ardite e le risalite”!

mercoledì 15 novembre 2017

Odio la bugia patologica - da Marìmalamour di Ugo Arioti @2004



Odio la bugia patologica che è bugia sgradevole per chi la subisce. I maschietti hanno la  tendenza  a raccontare fatti inverosimili, gonfiare in maniera chiaramente incredibile dei fatti che si vogliono sostenere, e negare l'evidenza di fatti che gli altri scoprono o contestano. Nei miei compagni di genere mi viene facile scoprirlo, perché lo fanno senza una strategia generale. Maschi siamo, esseri troppo semplici e semplificati! Più difficile è scoprire una donna che falsifica la tua vita per averne un suo risultato, buono o cattivo non si sa, ma a lei pare giusto e così, lei diventa una bugiarda patologica che ha fortuna solo all'inizio, quando chi ancora non la conosce le dà fiducia. Il termine, infatti, è dato dalla durata del credito. Ovviamente, noi uomini, mariti, partner, amanti o amici siamo le figure più colpite da questa “disgrazia”. La bugiarda patologica non ha un fine pratico, concreto (come il truffatore) ma ha come fine quello di provocare reazioni di ammirazione e stupore negli altri, o anche di compassione e rispetto per racconti di torti o ingiustizie subite da lei, la povera vittima (predatrice famelica!). Ci ho messo dieci anni ad uscire dalla bugia della mia ex moglie, una famiglia di facciata (uno status sociale per lei a suo uso e consumo che non prevedeva la mia presenza se non per dare una parvenza di rispettabilità “sociale”ad una condizione di disastro psico-sentimentale). Ora non ci voglio cascare più. I sensi di colpa chi ce li ha se li tiene e non li esporta, a suo uso e consumo. 
Cara la mia Marì, non sono il tuo infermiere, il tuo tutore, il tuo factotum. Io sono un uomo e se mi vuoi, devi metterti in gioco anche tu per me. Lo dico a me stesso, tanto lo so che non lo farai mai. Anche tu hai la sindrome di Munchausen. Bisognerebbe fermarti con la verità, dite? 
No, troppo facile ... è inutile. Non ci provate.
Quando si arriva alla fase maniacale, un rifiuto, uno stop, sono una stilettata al cuore; lei non riesce a concepire che esista una ragione, e vede come unica ratio un rifiuto "personale", cioè una manifestazione di ostilità! 
Capite? 
Insomma, nella dimensione egocentrica della fase maniacale io non ho diritto ad aver ragioni per dirle di no, se non per una sorta di contrapposizione personale e ostile, una provocazione ingiusta, una svalutazione immeritata e paradossale del suo diritto ad avere quello che desidera per andare avanti. Se le nego qualcosa che lei vuole, può avere reazioni violente o cambiamenti d'umore bruschi e ostili, dopo insistenze infinite con modi gentili e tentativi di seduzione e persuasione. 
Capite in che casino sono? 
Dalla padella nella brace! 
Spero per voi che non vi troviate mai in questa situazione. Ne ho parlato con un mio amico medico e mi ha aiutato, terrorizzandomi. “La tua Marì è narcisista”! Mi ha sparato e ha aggiunto:“è un'abilissima seduttrice che usa l'arma della colpevolizzante e micidiale manipolazione del tuo cuore e della tua testa”! 
 Grazie! E allora? 
“Pazzo uomo, allontanati da lei! Questi soggetti, Marì è un prototipo da manuale, sono inguaribili masochiste e presuntuose ... presunte salvatrici di chi non vuole per nulla essere né salvato né cambiato.” Si ferma, come se avesse trovato un indirizzo che non trovava da chissà quanto in fondo alla tasca, si volta, mi guarda dritto negli occhi e spara: “Dimenticavo: il narcisista seduce non perché è interessato alla “vittima”, ma perché più vittime ha, più bella figura fa”. 
Cazzo!, ora capisco il discorso dei rami secchi che vanno tagliati e della potatura che lei mi fa spesso, come un disco rotto. 
Non sto straparlando, sono i suoi discorsi. 
Tre o quattro volte sono riuscito a portarla da uno strizzacervelli, ma lei riesce a truffare anche quelli più smaliziati e preparati. Se nasco di nuovo, voglio fare lo psicologo, tanto, per questa professione ricca, basta saper ascoltare e fare qualche test di colori e di macchie strane, e ti becchi dei bei cachè,  come rate di un mutuo perenne che i pazienti ti devolvono senza lamentarsi o protestare. Devono solo sdraiarsi e parlare un ora, per dirti cose che potrebbero dire a chiunque altro essere umano, ma non lo fanno perchè hanno paura, vanno dal loro confessore a pagamento. 
Solo quando non ne puoi più, stacchi la spina e li mandi da dove sono venuti con una parcella e un consiglio di quelli che si trovano su quelle belle macchinette da luna park, dati da la sibilla che a soli 2 euri ti consegna un fogliettino di carta con filastrocche e segnali di fumo a cui tu credi come un allocco! 
Alla fine della giostra la frase che ci rappresenta come genere umano è: Chi non ha peccato scagli la prima pietra e qua tutti dovremmo restare fermi, ma siccome, siamo inguaribili bugiardi patologici, armiamo il nostro braccio e spariamo. Tanto, tutti lo sanno, tutti lo fanno, tutti hanno scheletri negli armadi, tutti sono narcisisti e arroganti, tutti, nessuno escluso.

lunedì 13 novembre 2017

La solitudine fa sta male come un dolore fisico: ma sappiamo difenderci

L’ evoluzione ci spinge a creare nuove reti di amicizie o a recuperare quelle vecchie. Ma c’è anche chi ha bisogno d’aiuto per (ri)attivare le proprie capacità relazionali

di Danilo Di Diodoro


Tante seccature della vita quotidiana nascono dall’interazione con altre persone, ma uscire da queste rete di relazioni può portare a un situazione da tutti temuta: sentirsi soli. E il sentimento di solitudine fa stare male e può farci persino ammalare, a dimostrazione di quanto la nostra natura sia profondamente sociale. Una ricerca sugli effetti deleteri che la solitudine può avere sullo stato di salute è stata pubblicata da psichiatri e cardiologi tedeschi che hanno studiato oltre quindicimila persone, tra i 35 e i 74 anni, seguendole per cinque anni, durante i quali è stato tenuto sotto costante controllo il livello di salute psicofisica associato alla valutazione della presenza di un sentimento di solitudine. 
Depressione, ansia e fumo
«La solitudine crea significativi rischi in termini di salute mentale, sia per quanto riguarda la depressione, sia per quanto concerne il livello di ansia» affermano i ricercatori tedeschi, guidati dal professor Manfred Beutel del Department of Psychosomatic Medicine and Psychotherapy della Johannes Gutenberg University di Mainz. «La solitudine aumenta anche la probabilità di essere fumatori, un classico indicatore di uno stile di vita sbagliato. La ridotta qualità della salute mentale può poi essere causa di un maggior numero di visite dal medico, di ricoveri e di utilizzo di psicofarmaci. Presi nel loro complesso questi risultati danno un solido supporto alla convinzione che la solitudine dovrebbe essere considerata di per sé una significativa variabile di salute».
Stato emotivo soggettivo
Ma questo sentimento non è però semplicemente l’equivalente dello stare da soli, si tratta piuttosto di uno stato emotivo che riflette l’esperienza spiacevole del soffrire di isolamento sociale. Viceversa, se non esiste questo specifico stato emotivo, anche se si hanno pochi contatti sociali, non si producono effetti negativi sulla salute. Per la vera solitudine, insomma, deve esistere una discrepanza tra i nostri bisogni sociali e la loro possibilità di realizzazione nell’ambiente in cui ci si trova a vivere. Fortunatamente quando si percepisce davvero un doloroso senso di abbandono si attiva una spontanea ricerca di contatti sociali.
Ricerca spontanea di contatti
Secondo Pamela Qualter, della School of Psychology dell’University of Central Lancashire, autrice di uno studio su come evolve la solitudine nelle varie età della vita, proprio l’attivazione di questa spontanea ricerca di contatti fa sì che la vera e profonda solitudine sia spesso un’esperienza transitoria. L’evoluzione ci ha infatti portato a sviluppare una serie di meccanismi interiori che ci spingono a ricercare connessioni per vincere la sensazione di isolamento, un processo che è stato chiamato spinta alla riaffiliazione. Spiega la professoressa Qualter in un articolo pubblicato in Perspectives on Psychological Science: «Proprio come il dolore fisico è un segnale che si è evoluto per spingere una persona ad avviare azioni per minimizzare il danno al proprio corpo, così la solitudine motiva la persona a minimizzare il danno al proprio corpo sociale». È questa spinta alla riaffiliazione che motiva a rimettersi in gioco, a riallacciare vecchi contatti, a cercarne di nuovi.
Età diverse, bisogni diversi
Tutte le età della vita sono soggette al rischio di solitudine, ma le caratteristiche del rischio sono diverse con il passare degli anni. Se nella prima infanzia è la capacità di condividere le attività e i giochi a determinare la possibilità di stare nel gruppo dei pari, presto i bambini procedono verso più articolate esigenze dello stare insieme. «I piccoli passano dal semplice desiderio di stare fisicamente vicini gli uni agli altri al bisogno di un’amicizia più intima caratterizzata da una sensazione di “validazione di sé”, di reciproca comprensione, di possibilità di aprirsi con l’altro, di sentirsi in empatia » chiarisce Qualter. «Un’amicizia con maggiori aspettative si sviluppa poi durante l’adolescenza e fino alla prima gioventù, quando aumenta il bisogno di intimità. E se la “quantità” di amicizie può essere importante nel predire un senso di solitudine nell’infanzia, la “qualità” sembra contare di più nell’adolescenza». Attorno ai 14-16 anni il bisogno di stare con gli altri diventa ancora più complesso: c’è bisogno di amici intimi, ma anche di un intero gruppo di riferimento, finché la situazione diventa ancora più articolata con la necessità di relazioni amorose. Sensazioni di solitudine si possono provare per il malfunzionamento di ciascuno di questi aspetti della vita relazionale. Poi nella fase centrale della vita, almeno per chi non è rimasto single, è la qualità della relazione con il partner a definire soprattutto il rischio di sentirsi soli.
Il ruolo dei social network
«Infine negli anziani emergono altri specifici fattori di rischio per la solitudine — aggiunge la ricercatrice britannica —. Sono la possibile perdita del partner, il ridursi delle attività sociali a causa delle disabilità fisiche e della salute compromessa, l’eventuale condizione di fragilità del partner». Una curiosità: nella nostra epoca i social-network sono un antidoto efficace contro la solitudine? Si sarebbe portati istintivamente a dire che con tanti amici virtuali siamo meno soli, ma secondo David Sbarra, psicologo dell’University di Arizona, curatore di un numero della rivista Psychological Science sulla solitudine, finora non ci sono prove che l’amicizia virtuale abbia davvero effetti positivi su benessere psicologico e salute.
 

mercoledì 8 novembre 2017

Gli Impresentabili e il vizietto della destra retrò

Le elezioni del 5 novembre ci hanno consegnato un governo di gentaglia e vecchi fantasmi fascisti del trascorso triste ventennio.
Un Presidente, Nello Musumeci, che più fascio non si può, nemmeno col DIXAN, e una manica di impresentabili e figli poco più che adolescenti di impresentabili, che si protestano grandi attivisti politici, per il solo fatto che qualche annetto prima, nella pancia della madre scalciavano per far capire che sarebbero stati dei politicanti protesi verso una protesta che avrebbe avuto il suo giusto posto nel parlamento siciliano!
Ergo, la destra unita vince con il vecchio e becero cavaliere Berlusca, seppur ridotto al 15%, la dove godeva di maggioranze bulgare. e deve, questa destra lavata con PERLANA, ringraziare l'elettorato che ha scelto di non recarsi a votare, non credendo più nel teatrino politico e dopo cinque anni di devastazioni e bugie del PD e del Presiniente Crocchetta.
Aggiungiamo che, il buongiorno si vede dal mattino, già pronto per montare in sella e sgovernare la Sicilia per i prossimi cinque devastanti anni TraNello Musumpetra ha già perso un pezzo, un arrestato per frode fiscale, peccato sarebbe stato un Assessore all'Economia e Finanze perfetto se la Magistratura, questi rognosi, non lo avesse tradotto in Carcere....il primo dei non eletti, ringrazia, almeno fino a quando non lo arrestano ha un posto all'ARS!
Povera gente e poveri i nostri ragazzi, dovranno continuare ad emigrare per trovare un po' più di dignità con un lavoro e cercare di costruire un futuro possibile, meditate gente, meditate.

Also sprache Zaratustra (u siculo)

martedì 7 novembre 2017

Encelado, il suo oceano bollente ha miliardi di anni

Un nuovo studio fa luce sull'intensa attività geotermale che avrebbe riscaldato l'immenso oceano della luna di Saturno



NEL sottosuolo di Encelado, una delle lune più famose di Saturno, si nasconde un immenso oceano di acqua caldissima. Un oceano profondo decine di chilometri e che, secondo uno studio recente, è continuamente riscaldato da miliardi di anni. E’ questa la conclusione di un team internazionale che ha indagato sui fenomeni capaci di riscaldare un corpo così lontano dal Sole.

Il lavoro è in accordo con l’ipotesi più accreditata, cioè che il calore sia una conseguenza della forte interazione gravitazionale fra il satellite e Saturno. Assumendo che il nucleo di Encelado sia costituito da rocce porose e facilmente deformabili, gli scienziati hanno calcolato la temperatura e lo spessore dell’oceano, in accordo con quanto suggeriscono i dati raccolti dalla sonda Cassini prima del suo "tuffo" finale nelle nubi di Saturno. Lo studio, pubblicato su Nature Astronomy, fornisce un nuovo importante contributo per capire la natura dell'oceano sotterraneo di Encelado, fra i luoghi più promettenti dove cercare la vita nel Sistema Solare.

GEYSER SPAZIALI
La presenza di un oceano sotterraneo riempito da acqua caldissima è suggerita soprattutto dagli enormi geyser osservati dalla sonda Cassini nel corso della sua missione. Le immagini della sonda mostrano infatti dei giganteschi getti che partono dalla superficie del satellite e si estendono per centinaia di chilometri nello spazio. Analisi più dettagliate mostrano che questi geyser sono formati da vapor d’acqua  misto a sali e silicati, e ciò fa pensare che si siano formati dal passaggio di acqua caldissima attraverso vari strati di roccia.

Grazie alla sonda Cassini è stato possibile determinare anche la struttura delle regioni interne, mostrando che questo oceano si trova in profondità, sotto una crosta ghiacciata spessa circa 20 chilometri, che si assottiglia nei pressi del polo sud del satellite.

TUTTA COLPA DI SATURNO
Per produrre geyser come quelli osservati è necessaria la presenza di acqua in profondità a temperature di almeno 90 gradi. Per riscaldare l’oceano sotterraneo fino a queste temperature non basta l’energia prodotta dal decadimento degli elementi radioattivi presenti nel nucleo del satellite, pertanto gli scienziati hanno pensato a ipotesi alternative.  “Da dove Encelado prenda la potenza necessaria a rimanere attivo è sempre stato un po’ un mistero, ma ora abbiamo considerato in maggior dettagli come la struttura e la composizione del nucleo roccioso potrebbe giocare un ruolo chiave nel generare l’energia necessaria”, ha commentato Gael Choblet dell’Università francese di Nantes, primo autore dello studio.

Secondo il modello più accreditato infatti, Encelado sarebbe riscaldato dagli attriti interni generati dalle forze di marea esercitate da Saturno, che continuamente deformano il satellite nel corso della sua orbita.
NEL sottosuolo di Encelado, una delle lune più famose di Saturno, si nasconde un immenso oceano di acqua caldissima. Un oceano profondo decine di chilometri e che, secondo uno studio recente, è continuamente riscaldato da miliardi di anni. E’ questa la conclusione di un team internazionale che ha indagato sui fenomeni capaci di riscaldare un corpo così lontano dal Sole.

Il lavoro è in accordo con l’ipotesi più accreditata, cioè che il calore sia una conseguenza della forte interazione gravitazionale fra il satellite e Saturno. Assumendo che il nucleo di Encelado sia costituito da rocce porose e facilmente deformabili, gli scienziati hanno calcolato la temperatura e lo spessore dell’oceano, in accordo con quanto suggeriscono i dati raccolti dalla sonda Cassini prima del suo "tuffo" finale nelle nubi di Saturno. Lo studio, pubblicato su Nature Astronomy, fornisce un nuovo importante contributo per capire la natura dell'oceano sotterraneo di Encelado, fra i luoghi più promettenti dove cercare la vita nel Sistema Solare.



venerdì 3 novembre 2017

Giovani oggi

GIOVANI OGGI   
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Avviamo una rubrica sui Giovani d'oggi, sui loro diritti, necessità, bisogni e sul rapporto tra genitori e figli. I nostri ragazzi sono insoddisfatti, delusi, scontenti, disamorati, non hanno punti di riferimento e non conoscono, spesso, il valore della discussione e del confronto, parlano di tutto senza conoscere bene niente ... eppure, nella maggior parte dei casi hanno avuto molto di più di quello che ha avuto la generazione dei loro padri e delle loro madri.
Ugo Arioti

i bisogni-diritti

I bisogni-diritti fondamentali sono quelli di natura fisiologica e psicologica. Sono Bisogni presenti in ogni tipo di cultura e civiltà. E se restringiamo ancora l’obiettivo su questi bisogni-diritti, ci accorgiamo che alla base di tutto ci sta il bisogno di una figura paterna e materna, il bisogno di sentirsi presi sul serio, il bisogno di affetto.
Il bisogno di sentirsi valutati
I nostri ragazzi hanno bisogno di sentire che sono un valore per quello che sono, non per quello che fanno; che sono un valore per se stessi (stima di sé) e per gli altri (per i genitori almeno).
Le azioni che i figli compiono hanno bisogno di essere valutati oggettivamente: definite buone o cattive, giuste o ingiuste. E il giorno in cui ricevessero il premio nonostante che la loro azione non lo meriti, si convincerebbero di non essere capaci di fare azioni di valore.
Il bisogno di amare ed essere amati
I nostri ragazzi hanno bisogno di amare ed essere amati. Nell’intero arco della vita umana questo bisogno vuole essere soddisfatto in tutte le sue forme: dall’amore filiale all’amore materno e paterno, da quello amicale a quello sponsale. Dentro ogni persona c’è la capacità potenziale e l’esigenza di amore filiale, fraterno, coniugale, materno o paterno. Questo bisogno è necessario dall’infanzia alla vecchiaia. La salute e la felicità dipendono moltissimo dalla capacità e dalla possibilità di donare amore e rceverlo. I figli non possono essere soltanto soddisfatti dall’amore che si dà loro; hanno assolutamente bisogno anche di amare. Se non avranno questo duplice bisogno da soddisfare non saranno contenti, diventeranno trsti, reagiranno con maniere forti, con la fuga, la ribellione, la depressione, l’angoscia, la violenza, il furto. E soffriranno molto.


Redazione SECEM

mercoledì 1 novembre 2017

Editoriale.....dei morti

Salve, ci ritroviamo all'appuntamento con le solite tristi, speriamo NON INUTILI, elezioni regionali siciliane! Il PD, con Micari, il Preside che non ci crede, infatti non si è dimesso per far politica, non si sa mai!, vuole far scordare Crocetta, ma nemmeno con ORLANDO IN CAMPO può riuscire questa operazione estetica. Nello Musumeci, che si vanta di essere una persona sana e non invischiata con la mafia e i politici collusi, ne ha piene le schiere. Mi chiedo come si può, dire "sono una persona per bene" se vai a pranzo e a cena con questa gentaglia. Folklore? In realtà, sotto il cielo di Palermo, la nuova ARS, fatta di meno mangia franchi, e senza il guardasigilli della distruzione del patrimonio della Regione, il Presiniente Crocchetta, tutto cambia, affinché nulla cambi.
Le bandiere dell'Indipendenza sventolano, poche e malinconiche, nella loro splendida solitudine.  
Fava, vuole fare cento passi, ma speriamo si alzi per camminare e i Cinque stelle incalzano, senza pietà, chi ha rotto il patto con il Popolo. Populisti!
E i siciliani?
La domanda è: andranno a votare?
Uno zoccolo duro, il 30-40%, farà, comunque, il suo dovere. Educazione Civica e senso, irreale ormai, della Stato che sa solo vessare e non creare lavoro e sicurezza, le sole cose che interessano tutti indistintamente. Questo è triste, naturalmente, perché marca sempre di più la distanza tra un apparato politico incapace di riequilibrare l'asse della Giustizia e della Democrazia e la sua base. Solo i clienti e i leccaculo oggi vanno avanti e l'apparato burocratico regionale è paralizzato e castrato proprio da questi individui, Crocetta ha superato pure il paradossale e assurdo limite di 100 superburocrati inutili e dannosi dentro l'apparato.
Ricordo quando dovetti scrivere una lettera a livesicilia, perchè il Presiniente Crocchetta aveva messo un annuncio per cercare un architetto con provate doti professionali, (mi incazzai come una bestia, lo cerca fuori dalla Regione?) mentre la sua cara Bullara, figlia adottiva del suo cerchio magico, mi aveva messo in parcheggio per far posto ai suoi clienti, dopo tanti anni di assoluta dedizione al lavoro. Scaricai dal web uno dei miei curriculum (TUTTI LI POSSONO LEGGERE scrivendo: UGO ARIOTI ARCHITETTO), 50 pagine con fatti e non chiacchere e, a quel punto, il suo Capo di Gabinetto mi chiamò, solo per il clamore che ne era venuto fuori, per inviarmi alla Protezione Civile, come dire ti mando alla LEGIONE STRANIERA, ma sempre meglio per me che stare senza alcun incarico alle spalle della collettività. 
BISOGNEREBBE RIDISEGNARE TUTTA LA MACCHINA AMMINISTRATIVA E CACCIARE AUTORITA', SEGRETARI, ALTI BUROCRATI, arrivati a quei posti solo per CALCI NEL SEDERE. 
Il mio appello, comunque, è sempre: NON LASCIATE SCEGLIERE A POCHI QUELLO CHE E' IL VOSTRO FUTURO DESTINO, ANDATE A VOTARE, comunque la pensiate. 
NON DATE ALIBI AD UN ALTRO CROCETTA per distruggere quel poco che ci è rimasto e pensate ai vostri ragazzi che devono emigrare per trovare un onesto lavoro e un avvenire che qua, con i soliti gattopardi NON AVRANNO MAI. 
Meditate gente, meditate!
Ugo Arioti

venerdì 27 ottobre 2017

Annata ricca, massaru cuntentu - Pubblicato: 24 Ottobre 2017 Su Antimafia Duemila La campagna olearia in Sicilia di Salvo Vitale

E' il titolo di una famosa commedia di Nino Martoglio. E la campagna olearia di quest'anno, si può dire sin da adesso non un'annata ricca, ma eccellente, sia per la qualità che per la quantità di olio che si produce. Gli alberi sono stracarichi e, malgrado la siccità e lo scirocco, buona parte delle olive sono rimaste attaccate all'albero, chiaro segnale che l'oliva è "sinsera", cioé non ancora attaccata dalla mosca olearia. Si può solo notare che, nel rapporto qualità-quantità la buona qualità spesso perde qualcosa quando c'è una grande quantità, e la resa è minore, ma è un dettaglio occasionale.
Quello di stabilire come e quanto "ietta", l'oliva, ovvero la resa, è un calcolo che varia anche in rapporto ai paesi del circondario. Premesso che, nel rapporto peso-olio il peso delle olive è in chili, mentre quello dell'olio è in litri, e che c'è quindi una differenza che non viene calcolata, in diverse zone della Sicilia la media è fatta sulla base del "sacco di macina", che è di 33 chili: tre sacchi corrispondono a cento chili. Se cento chili di olio rendono in media 15 litri di olio, l'oliva "ietta" a cinque, cioé cinque litri per ogni sacco da 33 chili. Oggi più sbrigativamente ci si ferma alla percentuale di resa per ogni 100 chili. La resa si aggira dal 12 al 22% e dipende da molti fattori, essenzialmente dal grado di maturazione delle olive, dal tipo di oliva, dal tipo di terreno in cui cresce l'albero, dalla potatura, da eventuali irrigazioni, concimazioni, aratura e trattamenti di disinfestazione. Sono i comuni in cui esiste un'anagrafe dell'olio, e che si preoccupano di calcolare la quantità d'olio realizzata sommando quanto molito dai vari frantoi della zona.
Un buon olio si valuta dalla maggiore o minore intensità, lata da tre elementi fase, il fruttato ovvero il profumo, l'amaro e il piccante. C'è gente che giudica sbrigativamente in modo negativo un olio che pizzica il palato o brucia un po' la lingua, ma si tratta di inesperti che pretendono di sapere e ai quali si può vendere, con loro grande soddisfazione, un olio scarso e magari "miscatu", cioé con aggiunta di olio di semi o di olio vecchio.
Si tenga presente che il colore è del tutto ininfluente nel valutare la qualità, perché esso cambia costantemente, (olio verde chiaro, giallo, verde scuro, marrone ecc.)sia in rapporto alla luce che alla conservazione, che alla contrada di provenienza: anche la densità non è fondamentale: ci sono oli ben sedimentati, con la morca che, dopo qualche mese si deposita sul fondo e che bisogna togliere travasando, e oli che ancora presentano residui di molitura, che alcuni preferiscono mantenere.
Olive sane, molitura accurata e conservazione sono i tre elementi che qualificano l'olio: la conservazione è affidata anch'essa a tre elementi di base, l'aria, la luce e il calore. L'aria è nemica dell'olio, ne disperde il profumo e ne modifica il sapore: è preferibile conservare l'olio in bidoni d'acciaio che abbiano un rubinetto nella parte inferiore, in modo che, al momento del trasferimento in bottiglia non si introduca aria nel contenitore, ma è anche importante preservare l'olio al buio, lontano da fonti di luce e di calore, tenuto conto che la temperatura ideale non dovrebbe scendere sotto i cinque gradi nè andare oltre i 25.
Non ci inoltreremo su note tecniche legate alla presenza di polifenoli e alle varietà di alberi di olivi presenti: senza dubbio il re degli ulivi è il cerasuolo. Una nota merita anche il tipo di potatura:nel trapanese è tipica la potatuta bassa, in modo da facilitare la raccolta.
Un buon olio extravergine di oliva non deve avere più dello 0,8 di acidità e la qualità dell'olio va anche valutata sulla base di questo elemento, a partire dal tasso minimo, che è dello 0,2, cioé un olio leggerissimo che non dovrebbe causare disturbi di alcun tipo, ma solo vantaggi nutritivi e degustativi. L'olio vergine ha, come quello extravergine un grado di acidità valutabile dallo 0,8 a due gradi, il resto è da rettificare, cioé da affidare a macchinari che sono in grado di far diventare appetibile, colorato e profumato anche l'olio più "fitusu".
E allora, visto che abbiamo la fortuna di crescere in una terra in cui con l'olio ci si può fare il bagno, ci si può preparare a gustare quella che è una delle sette meraviglie della natura, la "muffuletta caura cunsata cu l'ogghiu appena nisciutu r'a macina". (schiacciata calda condita con olio appena uscito dal frantoio), magari con un pizzico di sale e pepe.

Bertirotti: l’ecologia culturale per sopravvivere alla globalizzazione

Docente di Psicologia Generale presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Genova e Visiting Professor di Antropologia della mente presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma, il prof. Alessandro Bertirotti è impegnato da anni sul tema della costruzione dell’etica nell’umanità. Intervistato da “Il Nodo di Gordio” ha illustrato i limiti e le prospettive della globalizzazione attraverso il concetto dell’ “ecologia culturale”.
Sono anni che il termine ecologia è entrato a far parte del lessico comune, almeno per quello che riguarda l’Occidente, ma vi sono diverse ottiche da cui affrontare la questione ambientale. A questo proposito, cos’è esattamente l’Ecologia Culturale?
L’Ecologia Culturale, ha in Julian Steward il suo teorizzatore che ci consente di capire la differenza di contenuti della disciplina rispetto all’ecologia umana e sociale. La differenza consiste nel fatto che Steward utilizza l’apparato epistemologico della disciplina per spiegare l’origine di tratti e modelli culturali particolari, che caratterizzano aree differenti, più che di dedurre principi generali applicabili a qualsiasi situazione culturale e ambientale. Ecco perché, nello stesso tempo, la disciplina si differenzia altresì dalle concezioni relativistiche e neoevoluzionistiche della storia della cultura, introducendol’importanza del ruolo dell’ambiente, inteso come variabile posta in relazione alla cultura.
Dunque, si può sostenere che questa disciplina introduce la cultura come elemento fondante il rapporto duale che si crea fra l’individuo e l’ambiente?
Sì, in effetti è proprio così, perché la disciplina cerca di accertare se gli adattamenti delle società umane ai loro ambienti richiedano modalità di comportamento particolari o se essi permettano una certa libertà per una gamma di possibili modelli comportamentali. Formulato in questo modo il problema,la teoria di questo approccio scientifico si differenzia anche dal “determinismo ambientale” e dalla teoria ad essa imparentata, ossia il “determinismo economico”. L’ecologia culturale focalizza la sua attenzione principalmente su quei tratti che l’analisi empirica mostra essere intimamente connessi con l’utilizzazione dell’ambiente secondo modalità culturalmente prescritte.
Ma da questo punto di vista, dovremmo avere allora anche un certa differenza di comportamenti umano nel caso si parli di cultura semplice oppure complessa?
E’ proprio così. I tratti ambientali rilevanti dipendono dalla cultura, e le culture più semplici hanno un rapporto più diretto con l’ambiente rispetto a quelle avanzate.In generale, il clima, la topografia, il suolo, l’idrografia, il manto vegetale e la fauna sono tratti decisivi, ma alcuni possono essere più importanti di altri.Per esempio, il distanziamento delle polle acquifere nel deserto può essere di importanza vitale per un popolo nomade di raccoglitori di semi, come il passaggio del pesce determineranno le abitudini delle tribù rivierasche e costiere. Ma il concetto cui occorre fare riferimento in un discorso riferito al rapporto Uomo-territorio è quello di regolarità, in questo caso dei ritmi ecologici. Da questa regolarità dipende la certezza del futuro che potrà caratterizzare un dato gruppo culturale.
Anche lo sfruttamento delle risorse prime diventa così un elemento culturalmente determinato?
Infatti, non è possibile, secondo la posizione teorica di Julian Steward, eliminare dall’analisi i modelli di comportamento per lo sfruttamento di un’area particolare, e per mezzo di una tecnologia particolare.
Alcuni modelli di sussistenza impongono limiti strettissimi al modo generale di vita della gente, mentre altri permettono una notevole libertà. Per esempio, la raccolta di prodotti vegetali selvatici viene svolta di solito dalle donne che lavorano da sole o in piccoli gruppi. Con la cooperazione non ci si guadagna nulla, anzi, in realtà le donne entrano in competizione l’una con l’altra. Le raccoglitrici di bacche, pertanto, tendono a suddividersi in piccoli gruppi a meno che le risorselocali siano molto abbondanti.
D’altro canto la caccia può essere un’impresa sia individuale che collettiva, e il carattere delle società di cacciatori è determinato tanto dai mezzi prescritti culturalmente per la caccia collettiva quanto dalla specie.Quando si impiegano accerchiamenti, incendio della sterpaglia, recinzioni, passaggi obbligati e altri metodi cooperativi, la preda, per singolo cacciatore, può essere molto maggiore di quella che un cacciatore isolato riuscirebbe ad accaparrarsi. Analogamente, se le circostanze lo permettono, la pesca può essere svolta da gruppi di uomini che si servono di sbarramenti, di chiuse, di trappole e di reti, ma anche da individui isolati. L’uso di queste tecniche più complesse e spesso di natura cooperativa dipende tuttavia non soltanto dalla storia culturale, cioè dalle invenzioni e dalla diffusione, che mette a disposizione questi metodi, bensì anche dall’ambiente, dalla sua flora e dalla sua fauna.
Dunque, secondo una prospettiva più vicina ai nostri giorni, anche la situazione economicasia macroscopica che (quelle) microscopica potrebbero essere meglio comprese alla luce di una Antropologia ecologicamente più orientata?
Direi di sì, senza ombra di dubbio, specialmente nell’era che stiamo vivendo, della mondializzazione, in cui il particolare, ossia il territorio all’interno del quale si vive la propria quotidianità, è sempre più in relazione costante, anche grazie alla tecnologia, al generale. Se, ad esempio, prestiamo attenzione a quello che sta accadendo in Europa, sia a livello economico che a livello di relazioni fra Stati membri, ci rendiamo conto che quello che manca è proprio la non considerazione del fattore umano, così come lo definiva il mio prof.re Gavino Musio. Considerare il concetto di appartenenza identico a quello di unione, così come è accaduto nel passaggio dalle monete nazionali ad una moneta unica, significa non aver compreso assolutamente che la percezione di una appartenenza non si fonda su scambi economici ma sulla presa di coscienza che i popoli sono culturalmente diversi tra di loro.
Per quanto riguarda l’Unione Europea non possiamo illuderci di poter realizzare, come è accaduto negli Stati Uniti d’America, gli Stati Uniti d’Europa.
Le circostanze sono del tutto diverse, antropologicamente parlando. Quando ben anche riuscissimo a realizzare una unione politica, economica e monetaria avremmo costruito una casa senza fondamenta e avremmo trascurato appunto l’importanza del fattore umano. Credere che una leadership possa costruirsi sulla forza economica, come accadeva in passato, prima della mondializzazione, significa in sostanza non capire che l’aspetto antropo-culturale supera di gran lunga ogni aspetto economico, specialmente nella costituzione di una unione di persone e non di monete.