lunedì 28 luglio 2014

I racconti della domenica: Miracolo a Torrazza ( Ugo Arioti@2014)

Miracolo a Torrazza

L’estate siciliana spinge gli uomini al mare. Il mare, il Mediterraneo, che per millenni è stato per antonomasia la culla della civiltà e che oggi nasconde nel suo grembo materno le storie degli uomini e degli animali che l’hanno attraversato o ascoltato.  Arriva quel tempo che senti nel cuore il desiderio di viverlo e di bagnarti nelle sue acque ricche d’amore e di pietà per tante anime che si sono perse nel disperato tentativo di raggiungere una delle sue sponde. Il grande mare, figlio dell’Oceano, disegna la vita e la morte ed è madre compassionevole. È il mare degli eroi e dei migranti, dei delfini e dei tonni, ma soprattutto è il mare nostrum che ama le creature tutte. Il luogo che vi racconto è un piccolo paradiso residuale che ancora resiste alla speculazione e alla devastazione degli uomini, quelli che non coniugano il semplice verbo dell’amore ma quello, più facile e più stupido, dell’odio. Una spiaggia dell’estremo ovest della Sicilia: Torrazza! Oasi ambientalistica che resiste ancora! In quest’arenile un giorno infrasettimanale di un’estate di sempre accadde quello che la gente, il popolo delle leggende, chiamò: il miracolo di Torrazza.
La giornata feriale si presentava con la sua cappa di calore e di scirocco fin dall’alba. Mamma e figlioletta, una deliziosa creatura di due anni, decisero, data l’assenza del papà che era a lavoro, di andare a mare. Quel giorno la donna non aveva voglia di stare in mezzo alla confusione delle spiagge attrezzate, quelle che per l’avidità degli speculatori, si fanno sempre più strette e sempre più affollate. Così, presi l’ombrellone e una borsa con i viveri di sopravvivenza, la sacca frigorifera e i giochi del mare, si misero in auto e andarono a Torrazza, quasi un viaggio. Entrare nello sterrato che porta fino alla riva, piena di buche e pietre, è duro, ma vi assicuro che il gioco vale la candela.
L’ampio litorale era quasi deserto a quell’ora del mattino, solo, a qualche centinaio di metri, un ombrellone copriva lo sforzo d’immaginazione di un pescatore che si ostinava a lanciare i suoi ami e le sue esche al mare per trarne piccoli e dolcissimi pesci.
Fermò la macchina nel posto più vicino possibile e prese l’ombrellone. Slaccio dal suo seggiolino la piccola che, felice, la apostrofò: mamma mamma ciuf ciuf!
Ciuf ciuf era il nome che la bimba dava al mare, onomatopeico. Presto, piantato l’ombrellone e sistemate le borse e lo sdraio si disposero a godere del beneficio del mare e della carezza del sole.

Nel Mediterraneo vivono tanti pesci e tanti altri mammiferi e piante. Uno in particolare, un delfino, nel su o viaggio senza sosta dalla Sardegna all’Africa, spesso passava davanti alla spiaggia dove oggi si trovano le nostre due ragazze! I delfini, com’è noto, sono per molti versi simili agli esseri umani. Vivono in società. Hanno un loro linguaggio ed esprimono i loro sentimenti. L’individuo, di cui vi racconto un tratto di vita, per molti anni era sempre andato appresso ad una delfina. Lei lo trascinava con sé nelle sue avventure ma poi al dunque, nel più bello, lo lasciava da solo per andare con altri delfini. Il nostro delfino innamorato ne soffriva e, mi ha raccontato un Saraco Reale, qualche volta anemoni di scoglio lo avevano visto isolarsi e piangere. Non mi chiedete come fa un delfino a piangere in mare, ma io ci credo! Tante e tante volte lei era ritornata verso di lui, satolla dei suoi guappi, e lui aveva cancellato dai suoi occhi la tristezza e si era vestito di sorrisi per lei. Purtroppo poi finiva sempre alla stessa maniera, lei con altri delfini e lui da solo. In preda ad un ennesimo dolore d’amore, infine, mentre si trovava proprio in quel tratto di mare che bagna la Torrazza, decise di farla finita e di spiaggiarsi e lasciarsi morire in quel piccolo paradiso. Chissà, visto che i delfini sono mammiferi, le pinne, una volta piedi e mani, si potevano ritrasformare in arti terrestri e il nostro delfino avrebbe potuto incontrare, camminando per il Mondo magari una cagnolina deliziosa o … scusate sto delirando. Insomma, fatto è che il delfino innamorato volse per l’ultima volta il suo sguardo all’amata che giocava con gli altri delfini, ignorandolo a bella posta, pianse un po’ e poi con colpi precisi di coda si lanciò verso la spiaggia.
La bambina, una piccola e deliziosa principessa, giocava sull’arenile. Aveva fatto un buco nella sabbia e con un annaffiatoio giocattolo andava e veniva dal bagnasciuga riempiendolo d’acqua e innaffiando il suo piccolo cratere. La mamma si era distesa sullo sdraio e armeggiava col telefonino cellulare per parlare con una sua amica. Il sole, lassù, si godeva la scena e il mare, nonostante i suoi sforzi non riusciva a frenare l’impeto del delfino che voleva morire per amore.
Superata una secca, il delfino si voltò ancora una volta indietro per vedere se la sua delfina si fosse accorta della sua assenza. Magari lo stava inseguendo per dirgli di non fare quel gesto estremo e di tornare con gli altri, insieme. Niente. Lanciò verso di lei dei fischi d’amore che lei non sentì e, avvolto dal suo dolore, tornò a puntare decisamente verso riva.
Un delfino?! Pensate un po’ alla sua mole e a quella della bambina. Io, che sono un adulto, scapperei terrorizzato. Lei no! La principessina vide emergere a qualche metro da lei quella grande testa e ridendo si avvicinò. La mamma parlava al telefono con la sua amica e non si era accorta della scena che, per uno strano momento di pausa, di quelli che ogni tanto succedono, avvenne senza tanto clamore o rumore. Forse lo sciabordio delle acque o la voce del vento, chissà. Fatto è che la mamma non si accorse che la bambina, si era avvicinata al delfino e lo stava battezzando con un nome suo: Nanni!
Il mammifero marino ora aveva un nome e lo aveva ricevuto da una principessa terrestre! Nanni si era avvicinato tanto che la sagoma intera della sua testa emergeva. La bimba si pegò sui ginocchi per guardare quegli enormi occhi e ripetè: Nanni, Nanni!
Nanni si era spiaggiato ad occhi chiusi, ma ora, sentendosi chiamare da una delicatissima e dolcissima voce d’infante li riaprì e la prima cosa che vide fu la principessina, piegata in due, che lo chiamava: Nanni, Nanni!
Fece un respiro e una fontana d’acqua cadde su di loro. La principessina si avvicinò e gli carezzò la testona continuando quel suo canto: Nanni, Nanni!
Il delfino, allora, sembrò sorridere e così anche il cielo e il mare tirarono un sospiro di sollievo! La principessina sorrise e torno versò la mamma per raccontare l’accadimento. Continuava a cantare: Nanni, mamma Nanni!
Nanni guardò la bimba e il mare e capì, in quell’istante infinito, che il motore dell’Universo è l’Amore e che questo, spesso, non è dove lo cerchi, ma ti troverà sempre e ti riporterà in cielo, con gli eroi di ogni giorno e la gente che vive. Diede un grosso colpo di coda all’indietro e si trovò in un canale d’acqua che gli permise, anche grazie all’alta marea di ritornare in quel mare che lo aspettava a braccia aperte.
La bambina si voltò verso il mare e vide Nanni che saltando da un onda all’altra la salutava e le rimandava quella carezza e quei baci che sono propri delle creature semplici: quelle che amano.
La madre vedendo quella scena abbracciò la figlioletta diletta e raccontò che la bimba sua aveva parlato con un delfino e questo la salutava saltando felice tra le onde! Da li al miracolo della Torrazza la strada è breve e si sa come nascono le leggende, ma una cosa resta e resterà per sempre: L’amore è semplice!
Solo una cosa volevo aggiungere, amato pubblico, con vostra licenza: L’amore trova sempre la sua strada, devi solo saperlo ascoltare. Apri gli occhi e vedrai che lui è vicino a te e ti aspetta con un sorriso, senza chiederti niente più che altro sorriso sincero!
Ugo Arioti,

27/07/2014 – Alla mia splendida Donna e ai nostri cari figli e nipoti, tutti.

sabato 26 luglio 2014

Vittoria Nenni

Vittoria Nenni


Nata ad Ancona il 3 ottobre 1915, morta nel lager di Auschwitz (Polonia) il 15 luglio 1943.
Figlia minore di Pietro Nenni, sposò giovanissima il cittadino francese Henry Daubeuf. Col marito, dopo l'invasione tedesca della Francia, Vittoria entrò nella Resistenza. Nel 1942, la giovane donna fu arrestata dalla Gestapo con l'accusa di aver stampato e diffuso manifestini antinazisti e di avere, con Daubeuf, svolto, soprattutto negli ambienti universitari, "propaganda gollista antifrancese". Vittoria fu deportata nel campo di Romainville. Il marito, con altri patrioti francesi, fu trucidato l'11 agosto 1942 nelle vicinanze di Parigi. A Mont Valerien una lapide ricorda l'eccidio. La figlia di Nenni fu deportata nel campo di sterminio nazista il 23 gennaio 1943. Avrebbe potuto salvarsi rivendicando la sua nazionalità italiana, che era stata notata da un ufficiale di polizia, ma rifiutò. Dichiarò di sentirsi francese e di voler seguire la sorte delle compagne di prigionia. Ad Auschwitz, Vittoria Nenni (pur non essendo comunista e neppure iscritta al Partito socialista), si unì al gruppo dei comunisti francesi. Con loro condivise la durezza della deportazione e, ammalatasi gravemente (le autorità militari sovietiche, trovarono negli archivi del lager una scheda di Vittoria Daubeuf; i medici del campo avevano scritto che la deportata n° 31635 era deceduta per "influenza"), non sopravvisse. Sulla teca che ad Auschwitz ricorda Vittoria Nenni, sono scritte le sue ultime parole: "Dite a mio padre che non ho perso coraggio mai e che non rimpiango nulla". Dopo la Liberazione, in Italia le strade di molti Comuni sono stata intitolate a questa vittima dei nazisti. Portano il nome di Vittoria Nenni pure asili d'infanzia e Sezioni del PSI. Nel 1988, le è stata dedicata anche la tessera del Partito socialista: riproduce uno struggente dipinto di Renato Guttuso.

mercoledì 23 luglio 2014

riflessioni su: La Natura ( argomento 2014)


Incantevole e magica è la natura con le sue stagioni che cambiano forma, luce e colore…come ospite in un teatro aperto al mondo l’uomo ha il piacere di godersi giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, lo spettacolo più bello: la scoperta della natura.

“La natura è un miracolo che si perpetua ogni giorno davanti ai nostri occhi e noi spesso non riusciamo a vedere”. (Stephen Littleword)
La natura è tutto ciò che ci circonda, da un piccolo ciottolo sulla spiaggia ad un immenso prato di margherite…ogni cosa è natura.
Il susseguirsi di incontri magici con l’ambiente esterno nel continuo passaggio da una stagione all’altra ci fa capire quanto è bella la natura e quanto costantemente ci offre e ci dona.
Una rilassante passeggiata nel bosco, una dolce corsetta sulla spiaggia, l’immagine dei gabbiani in riva al mare, una tranquilla veleggiata in mare aperto, un’escursione in bicicletta, una pagaiata in canoa…..tutte le attività che si svolgono in ambiente naturale rappresentano un susseguirsi di emozioni che ci danno un senso di piacere e di libertà. I profumi ed i colori della primavera, le luci ed i suoni dell’estate, le foglie ed i venti dell’autunno, il grigio freddo dell’inverno…sono immagini, emozioni ed atmosfere che ci accompagnano alla scoperta della natura.

lunedì 21 luglio 2014

David Lynch e la ricerca della felicità



Ho trovato e letto questa interessante intervista all’artista e uomo David Lynch che anticipa, di alcuni mesi, l’argomento del 2015 “ La ricerca della felicità”. Antico pallino dell’uomo pensante e costruttore. David Lynch rappresenta un prototipo di quello che, per dirla con le parole di un mio amico fraterno, sagacemente romano e fatalmente siciliano de Roma Riccardo Ascoli, si chiama: L’imperfetto! E dove sta l’imperfezione? Sta nell’allargare a 360 gradi il suo campo d’azione per diventare filosofo, pittore e narratore oltre che cineasta. Siamo troppo involuti nella cultura debole di questo millennio, al punto che rappresentiamo le persone con il loro semplice titolo e ci scordiamo che l’essere umano, grazie alla sua imperfezione, è un esploratore di Mondi. Godetevi questa intervista che ho tratto da Repubblica e …. Meditate gente, meditate!
Ugo Arioti


David Lynch e la ricerca della felicità. "Provate a guardare dentro di voi..."
Il cinema e l'arte, la musica e la televisione, le paure e i progetti. Incontro con il regista, diviso fra il rock, Parigi, Los Angeles e la meditazione trascendentale. "Libero il mio corpo, e ogni volta mi sento di nuovo libero"
PARIGI - Non andava al cinema, non guardava la tv, leggeva poco. Ascoltava musica, ma con orecchio non fanatico. La sua vera passione da bambino a Missoula, nel Montana, dov'è nato nel 1946, era il disegno: che non l'abbandonerà mai. A spingerlo a mettere in mostra i suoi lavori ("Non ci avevo mai pensato", dice ora) furono alcune recensioni che nel 1986 vedevano in Blue Velvet "il film d'un pittore". È stato quello il momento in cui, a quarant'anni, cineasta già di culto, David Lynch comincia a allargare a compasso la sua intera personalità - arte, fotografia, musica - fino allora reclusa su grande schermo. L'"altro Lynch" oggi è una costellazione frastagliata: dischi e mostre in Francia (in Italia al decimo Lucca Film Festival in settembre) e un elettrico viavai tra Los Angeles, dove continua a vivere "in piena voluttà" e Parigi, dove due volte l'anno viene a acquattarsi nell'antico atelier Mourlot in rue du Montparnasse, divenuto Idem Paris, per tirare le sue litografie. È qui che l'abbiamo incontrato: pacificato, persino etereo, dopo una delle sedute di meditazione quotidiane, grandi occhi blu cielo, capigliatura d'argenteo rocker, tra fil di fumo gentilmente consentiti dai servizi di sicurezza, concentrato nel suo caratteristico eloquio liquido e scandito.
Fotografie, lito, dipinti, come i film, emanano angoscia. Mr Lynch: paure e inquietudini che dovrebbero evaporare con la pratica della meditazione non tornano per caso a condensarsi nella sua arte?
"Penso di no. Son due piani diversi. La meditazione trascendentale libera il corpo da stress e preoccupazioni, che svaniscono nel nulla. È come togliersi di dosso un gran peso, fino a sentirsi di nuovo liberi. L'arte non è catarsi d'emozioni. Neanche il cinema. Ho le mie angosce, come tutti. Ma non ne faccio il soggetto dei miei lavori".

I momenti più allucinati del grande schermo tornano comunque in primo piano nelle sue opere in cornice, con specularità ossessiva. A loro volta alcune di queste immagini potrebbero diventare il clic di nuovi film?
"Sicuramente. Lavorando a un quadro o a una foto, può scattare un'idea cinematografica. Anzi, il cinema m'è apparso un naturale complemento quando a vent'anni seguivo i corsi di Belle Arti a Philadelphia. Stavo dipingendo un giardino verde su una tela nera, che un colpo di vento ha fatto vibrare: avrei voluto che l'immagine continuasse a muoversi, su un'onda musicale. Da quel quadro, o da quella folata, è nato il mio primo film d'animazione, Six Men Getting Sick".
Anche la meditazione trascendentale, o MT, come la sigla familiarmente, appresa da Maharishi Mahesh Yogi, il guru dei Beatles, è per lei un laboratorio d'idee?
"È pazzesco come le illuminazioni s'affollino dopo una seduta di MT. John Lennon diceva di trovarsi ogni volta immerso in un flusso infinito d'idee. Maharishi gli consigliò di uscire dalla meditazione, annotare e reimmergersi. Ho preso anch'io questa abitudine: ho sempre un block notes a portata di mano".
In Italia esce domani un suo strano documentario musicale: Duran Duran Unstaged mentre la Francia rilancia Twin Peaks in una leggendaria versione "director's cut" di quasi quattro ore. Ma tutti attendono, a sette anni da Inland Empire, una nuova fiction...
"Le idee non mancano. Ma l'industria del cinema è molto cambiata. Ai Duran Duran era piaciuto il mio remix di Girl Panic, canzone del loro album All you need is now. Di qui l'idea d'un film che restituisse il concerto live attraverso la patina d'altre immagini, colte al volo. Finora era visibile solo sul web: è sempre più difficile garantirsi in sala una proiezione di qualità, per me essenziale. Una volta c'era il circuito d'art et d'essai, dove circolavano i miei film. Oggi il cinema alternativo è sempre più in angolo, schiacciato dai blockbusters".
Intanto la rivedremo, attore, accanto a Tim Roth, in A fall from grace, il nuovo film della sua figlia maggiore, Jennifer, nata nel '68 dal matrimonio con la pittrice Peggy Reavey. Ma che ne è di progetti seducenti come The Goddess, sulla Monroe, o Metamorfosi, l'amato Kafka, cui attingono un po' le sue prime opere, Eraserhead e Elephant Man?
"La magia di Metamorfosi è il suo abisso di mondi diversi: quel che insegue da sempre il mio cinema. Marilyn è l'attrice che ho sempre sognato come mia interprete ideale. Volevo trarre un film dal libro che svela le responsabilità dei Kennedy nella sua morte. Produttori sordi alla chiamata. Lo stesso per Kafka. Non credo d'aver fama di regista da cassetta... ".
Trova che la tv, di cui la saga Twin Peaks rimane un minimonumento, sia più disponibile del cinema ai rischi della creatività? Sta per caso meditando una nuova serie?
"Ci sto pensando. Le tv a pagamento, almeno in Usa, sono oggi in grado d'attrarre l'expubblico d'art et essai. Permettono anche quel che al cinema non è più possibile: sviluppare una storia nella sua interezza. Non che veda un futuro senza grande schermo, risucchiato dal piccolo schermo. Continueranno a convivere: come i dipinti di formato quadrato o rettangolare".
Fellini diceva che il cinema si guarda dal basso verso l'alto, ed è l'universo, la tv si guarda dall'alto verso il basso, ed è una scatoletta...
"Anche per questo amo Fellini. Quando ho visto da ragazzo 8 e ½, è stato come sprofondare in un altro mondo. Un film deve farmi sempre questo effetto, che non posso provare con il naso appiccicato al computer, ma solo davanti a un grande schermo, nel buio totale, trasportato da un suono eccellente: non forte, ma eccellente, come l'ha previsto l'autore. Un'interruzione e l'incanto si spezza. Fellini è uno dei rari registi, con Bergman e qualcuno della Nouvelle Vague, che guardavo con partecipazione da giovane. In realtà, non sono mai stato un gran cinefilo. I film degli Studios li trovavo ridicoli, Hitchcock escluso. Da una parte c'erano i film d'evasione, dall'altra gli altri. E io ho sempre preferito gli altri".
Cuore selvaggio batte al ritmo di Elvis: quanto è importante il rock nei suoi film?
"Presley è stato uno dei miei miti di gioventù. Insieme a Roy Orbison: Only the lonely è la canzone che 'cammina con me'. Ma tutta la musica m'assorbe: dall'elettronica alla dance music che per combinazioni inattese è finita nel mio primo album di solista, Crazy Clown Time, composto di brani da me scritti e interpretati. Mi accompagno anche con la chitarra, che all'inizio non sapevo nemmeno tenere in mano. Il disco è evoluto nel tempo, per 'incidenti' successivi, tanto che dovrebbe essere all'ospedale anziché in circolazione! È il risultato di varie jam sessions che hanno via via coagulato anche i testi: ero convinto di arrivare a una raccolta di modern blues, e invece ne è uscito tutt'altro. Ma il mio secondo 'solo', The Big Dream, uscito l'anno scorso, mi pare più blues. O no?".
Ultimamente Parigi è diventata il suo covo d'arte, in cui è corteggiato da mille committenze, le Galeries Lafayette, Dom Pérignon, il night Le Silencio...?
"È stato dopo la grande mostra alla Fondation Cartier, The Air is on Fire, che mi son legato a Parigi. Grazie anche a Patrice Forest, direttore della Galerie Item, dove ho poi realizzato la mostra Works on Paper. È uno dei luoghi magici della città, da un secolo e mezzo: vi lavorava Picasso, J'accuse di Zola fu stampato qui. Nelle tirature, mi aiuta il vecchio assistente di CartierBresson e Koudelka. È la culla della mia grafica e delle mie fotografie, come le Small Stories esposte quest'anno alla Maison Européenne de la Photograhie".

Lei si batte da anni, con la Fondazione creata nel 2005, per diffondere la MT nelle scuole. In Italia è stato più volte, a Roma e in Sicilia, a questo scopo. Con quali risultati finora?
"Nel distretto di San Francisco, diverse scuole, con allievi prima 'difficili', hanno adottato con profitto la MT: la violenza è calata o sparita. M'incoraggiano registi e artisti amici. Paul McCartney e Ringo Starr si sono esibiti insieme nel 2009 per una raccolta di fondi al Radio City Music Hall di New York. Maharishi Mahesh Yogi, su cui ho realizzato un documentario dopo aver assistito alla sua cremazione nel 2008 in India, ci ha trasmesso una tecnica antica, che lui ha rivitalizzato. L'unica che abbia tradotto in realtà un precetto rimasto per anni un miraggio: 'La vera felicità non è fuori ma dentro di te'".

domenica 20 luglio 2014

Mafiosità: il primato è della Provincia di Trapani


Da un indagine socio politica e culturale della Sicilia viene fuori una mappa che descrive le emergenze e le criticità strutturali delle nove  ex Province Regionali (oggi - ab inizio - Consorzi di liberi Comuni) dell'Isola del Sole. Enorme il potenziale storico culturale della Trinacria, basti pensare ai siti e alle città antiche come Akragas (Agrigento) Selinunte, Segesta, Solunto, Siracusa, Palermo ( Panormus, capitale del regno di Sicilia normanno) e ancora come Morgantina, Palazzolo Acreide pre - romane, medioevali come Erice, Troina, Castelmola, Taormina, Cefalù, Enna e l'elenco sarebbe lunghissimo e ancora più ricco se a questi si sommano i Beni Culturali, ambientali e monumentali. Sicilia felicissima? Purtroppo Sicilia buttanissima, come nel libro di Buttafuoco che descrive la rovina della trinacria dall'autonomia a Crocetta, viene nomata l'Isola! 
Il Cancro è la Mafia, non come associazione delinquenziale, ma come elemento culturale che in alcune Province, come quella di Trapani, diventa il canale del sottosviluppo dove non esiste la Politica, ma il favore, dove il commercio passa attraverso il controllo di Cosa Nostra, e le imprese riciclano denaro, sono i polmoni della "Primula Rossa" delle cosche mafiose. Il primato assoluto di Trapani è solitario, come se questa fosse un territorio extraeuropeo, seguono Catania, Gela e Messina. la logistica non è un opinione è strategia del controllo. 
Dando uno sguardo all'Elenco che la Regione Siciliana ha inserito nel sito ufficiale della Presidenza Crocettiana nella Provincia di trapani risulta soltanto una associazione antiraket. Sembrerebbero spariti gli onesti! No, sono solo silenziosi, e questo, come diceva Martin Luther King è il peggiore dei mali: la connivenza.

Redazione Secem

Quando la mafiosità è uno status. Parola di Stefano Lauretti

-Maria Cristina Giovannitti- Marzo è il mese dell’antimafia, della lotta alla persistente mafiosità che ci circonda: dall’omertà del quotidiano, fino al regolamento di conti che continua tra clan rivali. Il 18 di questo mese saranno commemorate tutte le vittime innocenti di mafia e, secondo quanto comunica anche l’associazione Libera, la Commissione d’Inchiesta Antimafia sta lavorando a delle proposte in merito alla lotta alla criminalità da presentare in Parlamento.
Anche lo scrittore Roberto Saviano ha sollecitato il nuovo Governo, in primis il premier Renzi, a contrastare la Mafia Spa, un business che frutta alla criminalità ben 138 miliardi di euro, tutti soldi che potrebbero entrare nelle casse dello Stato.
Mafia, camorra, ‘ndrangheta si vedono ancora. Intesa in questo senso laMafiosità Albatros Editori - denunciata nell’omonimo libro–dossier del giovane scrittore Stefano Lauretti è uno ‘stato d’essere’ radicato nella natura di chi vive da mafioso ed uno status accettato dai cittadini asserviti. La mafiosità è la spavalderia becera del boss dei boss Totò Riina che, dalla sua cella, cerca ancora di pianificare la morte del pm Di Matteo “perché bisogna farlo fuori”, “perché è scomodo”. La gravità sta nel rendere la mafiosità un atteggiamento normale, ecco perché lo scrittore Lauretti denuncia tutta la mafia in cui viviamo nel suo ‘Mafiosità’.
Nel suo libro, non parla di mafia ma di ‘mafiosità’ perché?
La mafiosità è un fenomeno che negli ultimi 20 anni ha preso sempre più piede nel nostro Paese. Da Nord a Sud si è diffuso un modo di fare prepotente, clientelare, che onestamente assomiglia molto a quello delle cosche mafiose. Per fortuna esistono ancora tante persone che vogliono cambiare in positivo l’Italia e non chiudono gli occhi dinanzi alle ingiustizie.
Quando decide di scrivere questo libro-documentario sulle varie forme di criminalità organizzata?
Ho deciso di scriverlo molti anni fa, onestamente non ricordo. Durante gli anni ho conservato gli articoli che scrivevo, estrapolavo dai libri sulla mafia le parti che mi colpivano particolarmente e le appuntavo su un taccuino. Diciamo che è stata una fusione di appunti, di articoli e di letture.
Droga ed ecomafia, i grandi business delle mafie di cui ci parla ampliamente anche nel suo libro …
La mafia, in Italia, ha il monopolio della droga. Questi gruppi criminali hanno deciso di investire tutto sul traffico degli stupefacenti. Questo è avvenuto perché è un’attività redditizia. Inoltre, riesce a farle mantenere un profilo basso. Ricordiamoci quando la ‘ndrangheta si arricchiva con i sequestri di persona; ecco, questo era un metodo troppo pericoloso e dispendioso perché attirava l’attenzione della società civile, dei media e aveva bisogno di molti uomini sul territorio. Per questo hanno deciso di investire gran parte dei guadagni in droga. I danni all’ambiente, invece, io li paragono agli omicidi mafiosi compiuti nel corso degli anni. I cittadini si ammalano per colpa dei criminali e dell’omertà. Tutto ciò comporta una morte lenta e lontana dai riflettori.
Agromafia, corruzione sanitaria, contraffazione dei prodotti alimentari fino alle gare clandestine, questo è invece il business minore della mafia a cui dedica una dettagliata descrizione nel testo …
Sì, perché in molti non sanno che la mafia riesce a mettere le mani dappertutto. Viene soprannominata “La Piovra” proprio perché con i suoi tentacoli arriva in tanti settori. Quante persone conoscono il traffico dei farmaci antitumorali gestito in particolar modo dalla camorra? Quante persone conoscono il business mafioso sugli alimenti o sul traffico di persone? Forse questi traffici illeciti non fanno notizia …
Un libro che denuncia anche l’omertà legata alla mafia: il silenzio-paura dei cittadini sottomessi, il silenzio-giuramento dei boss. Ci riporta alcune testimonianze?
Il silenzio sui fatti di mafia è ed è stato eclatante. Rendiamoci conto che si sta svolgendo un processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, quindi già questo ci può spiegare il livello di omertà che si è creato anche in alto. Nella mia vita, in qualche occasione, mi è capitato di trovarmi dinanzi a persone che hanno avuto difficoltà a pronunciare la parola mafia.
Sullo Stato criminale e le ultime rivelazioni del boss dei casalesi Carmine Schiavone, quanta mafiosità c’è ancora da combattere? Molta. Bisogna insegnare ai ragazzi il vero senso della legalità. Quando parliamo di Schiavone dobbiamo ricordarci che sono fatti molto più vecchi di quelli che vogliono far sembrare.
Concorda con il M5S che ritiene ‘incostituzionale’ l’operato del Presidente Giorgio Napolitano (ricordiamo che Napolitano era Ministro dell’Interno all’epoca delle rivelazioni di Schiavone)?
Io non sono un fan né di Napolitano, né del M5S, ma l’operato del Presidente della Repubblica, a mio avviso, non è stato dei migliori.
In merito alla trattativa Stato-Mafia, concorda con le dichiarazioni di Travaglio che dice: “Si sta cercando di evitare che escano fuori nomi importanti. Anche tra le persone morte”?
Sono in piena sintonia con le parole di Marco Travaglio. Secondo me la mafia ha fatto accordi con lo Stato non solo una volta, ma in diverse fasi della storia italiana.
In riferimento alle minacce che il boss dei boss Totò Riina rivolge al pm Di Matteo, considerando i tagli alla DIA, secondo lei quanto ancora c’è da fare ancora per l’antimafia?
Queste vicende assomigliano a quelle che abbiamo vissuto durante i primi anni Novanta. Diciamo che la legalità procede il suo cammino a piccoli passi. Come già ribadito nel libro, bisogna creare un sistema di prevenzione e educazione alla legalità partendo dalla politica, dalle scuole e, in certi casi, anche dalla famiglia. Totò Riina continua a minacciare un magistrato valoroso come Di Matteo con la solita violenza che conserva dentro di sé. Se volesse dimostrare il proprio coraggio potrebbe illuminarci sulle tante vicende oscure avvenute in passato. Il vero coraggio lo hanno dimostrato altri, non lui.
E’ in cantiere il prossimo lavoro? Parlerà sempre di mafia?
Già da diversi mesi sto preparando un nuovo libro che parlerà sempre di mafia. Questa volta ho voluto accendere un riflettore sui rapporti tra mafia e politica.

Meditate Gente, meditate!



giovedì 17 luglio 2014

Simone Weil e la "percezione perfetta" del mondo (argomento 2014)

Simone Weil e la "percezione perfetta" 
del mondo
di Federica Negri
L'estetica è generalmente considerata come una disciplina particolare, mentre è la chiave delle verità soprannaturali. (Q, III, 364) (1)
Universo, massa compatta di obbedienza con punti luminosi. 
Tutto è bello. (Q, III, 415)

L’itinerario filosofico di Simone Weil può essere interamente interpretato come una lunga e approfondita indagine sulla percezione; questo problema filosofico, si configura da subito come basilare e si delinea come una ricerca sul significato della percezione, delle sue modalità, delle sue caratteristiche e della sua possibilità di approdare ad una forma perfetta.
Con questa breve indagine, vorrei tentare di far vedere come la ricerca di una perfetta percezione del mondo sia per Simone Weil così fondamentale da costituire realmente la spina dorsale di tutta la sua elaborazione filosofica, dai primissimi scritti liceali a quelli della maturità, passando attraverso gli scritti politici degli anni Trenta, per terminare con le ultime riflessioni mistiche dei Quaderni.
Per comprendere i termini della questione, penso che sia utile richiamare brevemente il contesto filosofico nel quale prende forma la domanda weiliana sulla percezione, ricordando l’importanza dei "maestri di percezione", avuti da Simone Weil durante gli anni della sua formazione, ossia Alain e, indirettamente, Jules Lagneau.
Compito della filosofia è, in generale, aiutare l’uomo a comprendere il mondo in cui si trova a vivere dandogli, se possibile, alcune indicazioni sul modo per vivere meglio. Da questa constatazione elementare ha origine il tentativo di spiegare tutta la realtà, dal perché dell’esistenza al perché di questo tipo di esistenza; in ogni caso, però, l’interrogazione ha origine sempre da un uomo – o meglio una donna – di fronte al mondo. La comprensione di tutto - anche delle cose difficili – passa perciò inevitabilmente attraverso il corpo, perché solo attraverso questo l’uomo sente il contatto del mondo.
Per il solo fatto che abbiamo un corpo, il mondo è ordinato per questo corpo; esso è disposto in rapporto alle reazione del corpo. (2)
Noi siamo ontologicamente determinati da un corpo e da una mente razionale, non possiamo mai, in nessun caso, dimenticare questa nostra costituzione perché è questa a determinare la possibilità del nostro rapporto con il mondo.
Noi conosciamo, astraiamo e formiamo dei concetti, con cui possiamo costituire in seguito metafisiche, partendo dal contatto con il mondo, e non possiamo mai dimenticare questa genesi "sporca", ossia l’origine sensibile e corporea della conoscenza. La mente dipende strutturalmente dal corpo nel suo contatto con l’esterno, non può mai dimenticarsene, "L’anima è legata al corpo; e mediante il corpo, a tutto l’universo."(3)

Il lavoro filosofico di Simone Weil, sin dai primissimi scritti degli anni del liceo, tenta di indagare in profondità questa interdipendenza tra mente e corpo nella percezione partendo, secondo me, da una interpretazione molto particolare delle implicazioni delle due parti nella conoscenza. Ritengo che la soluzione adottata da Weil ricalchi, in un certo senso, la costruzione spinoziana di un parallelismo tra le idee e le cose, tra la mente e il corpo.
Un corpo umano è materia pesante, materia che si può illuminare, opaca alla luce, materia viva, materia unita ad un pensiero per mezzo di un legame misterioso ed in tal modo materia che partecipa a differenti equilibri. (4)
Lo scopo della ricerca è sostanzialmente cartesiano, tuttavia la forma adottata è assolutamente spinoziana ed implica un maggiore peso della materia all’interno della problematica filosofica.
Ogni piano è caratterizzato da una propria norma di conoscenza pur dipendendo sempre dall'altro per completarsi; il problema fondamentale è non confondere mai i due piani e non pensare di trovare la razionalità nel sensibile e viceversa, perché altrimenti si cadrebbe nel gioco senza fine dell’immaginazione.
L’immaginazione è il peggior errore nel quale può incappare l’uomo, perchè a stento, spesso, la si distingue dalla reale conoscenza; per iniziare a capire di cosa si tratta, potremmo definire l’immaginazione come un "trasferimento nell’oggetto di ciò che ha luogo nel corpo del soggetto". (5)
I brani in cui Weil analizza la problematica dell’immaginazione sono talmente numerosi da rendere immediatamente chiara il fatto che si tratta un nodo fondamentale di tutta la sua filosofia. Se può sembrare strana la presenza dell’immaginazione in una filosofia che mira, prima di tutto, all’eliminazione degli errori della percezione come preliminare fondamentale alla ricerca, bisogna tener presente che le immagini non sono solo il risvolto negativo del lavoro della percezione, ma indicheranno più avanti con molta chiarezza la forma più pura di percezione, quella dei segni divini.
Per iniziare questa analisi dell’immaginazione, farò riferimento a uno dei primi scritti, Imagination et perception, del 1925 che Weil compose durante il liceo come dissertazione sulla percezione proposta, come ogni anno, dal suo professor Alain. Questo testo è uno dei tanti esempi del fatto che, da subito, per Weil è ben definita la dinamica immaginazione-percezione.
Quand nous voyons le monde, l’image que nous en avons ne le reflète donc pas seulement lui; il nous reflète nous aussi. […] Le rêve projette devant nous comme une réalité extérieure ce qu’il y a de plus nous-même en nous, ce qu’il y a de profond et qui, quand nous sommes éveillés, se heurte à la dure surface des choses: c’est là la jouissance, dit-on, que recherchent les fumeurs d’opium. C’est de ce mariage entre le monde et nous que résulte la perception.
Mais comment? Considérons de nouveau l’exemple du mirage. Nous avons deux réalités en présence, dont la rencontre formera le mirage: d’un côté le voyageur qui a soif, c’est-à-dire qui désire de l’eau. Comme tous ceux qui désirent, son corps essaye de se soulager en faisant les mêmes mouvements qu’il ferait si l’objet de son désir était présent; il prendra la même attitude que s’il voyait devant lui une belle nappe d’eau claire. Ensuite apparaîtra l’image qui, pensons-nous, est normalement la cause de cette attitude, et qui en est cette fois l’effet. C’est ce que nous appelons l’imagination. Mais cette imagination sans fondement dans la réalité joue à vide: elle reflète le désir, puisque la reflète comme deux glaces qui se renvoient l’une à l’autre la même image: c’est une consolation vaine, vide de tant contenu. […] Nous n’avons pas conscience des choses, mais de nos attitudes en face des choses, contraints par elles. Mais l’imagination supplée à ce que le monde extérieur a forcément d’insuffisant pour nous, puisqu’il nous est extérieur, et réalise ainsi un compromis que nous appelons perception. 
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L’analisi di Simone Weil – ancora evidentemente influenzata dalla filosofia di Alain – mostra tuttavia alcuni elementi che diventeranno poi tipici dell’elaborazione più matura. Prima di tutto, Weil ritrova l’origine dell’errore percettivo che scatena l’immaginazione nella stessa costituzione umana, ossia nel fatto che il mondo essendo a noi esterno è, per forza di cose, imperfettamente conoscibile, è altro da noi; questa alterità non è facilmente accettata dall’uomo, che tenta anzi di annullarla sovrapponendogli i propri desideri e bisogni. Possiamo già riconoscere nell’immaginazione la caratteristica più tipica che è proprio la tendenza a colmare il vuoto, che la rende pericolosa, prima di tutto, per una corretta percezione e, più avanti, nella ricerca di Dio. L’origine dell’immaginazione erronea si può ritrovare, quindi, nel corpo umano che – spinto da proprie necessità – agisce spesso sovrapponendosi alla razionalità. Questa spiegazione della percezione, mi sembra illustrare abbastanza chiaramente gli elementi spinoziani operanti in Weil, che sono molto evidenti nella prima produzione e più sfumati, ma ugualmente fondamentali, più avanti.
Il corpo e la mente sono studiati da Weil come entità autonome, regolate da propri ritmi ed esigenze, con la propensione a credersi unici, tentando spesso per questo motivo di assolutizzare le proprie funzioni causando l’errore. Per evitare di ingannarsi è, perciò, necessario mantenere un parallelismo funzionale tra esigenze del corpo e della mente, considerandole parimenti importanti nel gioco percettivo ma non sostituibili.
Una volta chiarito il fattore che determina la possibilità d’errore non si è tuttavia ancora assicurati sull'efficacia del nostro sforzo di percezione. Come si può essere sicuri di vedere realmente il mondo? Quale requisito ci assicura di essere sulla buona strada?
Simone Weil afferma che è la necessità a renderci sicuri del contatto reale con il mondo; la necessità è "la dura superficie delle cose" contro la quale urtiamo violentemente quando ci accorgiamo della realtà, in una parola, è la percezione dell’alterità del mondo.
Sulla problematica della necessità Weil si interrogherà a lungo, attribuendogli sempre una collocazione fondamentale nel suo percorso filosofico sino alla fine.
Si può dire che Simone Weil cercherà la percezione pura attraverso le diverse esperienze, che hanno arricchito in maniera così peculiare la sua esistenza: tramite l’insegnamento al liceo, il lavoro in fabbrica o attraverso la breve ma decisiva esperienza nella guerra civile spagnola.
Weil ritiene che la comprensione di qualsiasi avvenimento debba essere una conquista svolta in prima persona perché, essendo basato sulla percezione, dipende essenzialmente dal corpo e dalla mente, e non può che essere frutto di una esperienza singolare. L’esperienza del mondo deve passare attraverso il corpo della filosofa, deve filtrarvi completamente attraverso per essere assimilata e compresa.
Lo scontro con la necessità pone Weil di fronte al mondo reale e costituisce la stella polare che guida la sua ricerca; per questo motivo, l’esercizio di percezione sarà sempre un preliminare atto di pulizia filosofica irrinunciabile.
Affinché noi, intelligenze finite, limitate da un corpo, possiamo dominare la materia illimitata, è necessario che questa sia sottomessa al limite. Se non ci fossero invarianti, saremmo interamente schiavi del tempo. Non avremmo né ricordi né progetti.
(Ritornare all’analisi della percezione secondo Lagneau e Alain. Immergersi per una volta a fondo in questa purificazione). (Q, II, 149)
Ciò che nella percezione è reale e la distingue dal sogno, non sono le sensazioni, ma la necessità che vi è presente. (Q, III, 80)
La necessità che limita l’uomo nel suo cammino di conoscenza, lo rende perciò al contempo sicuro della via intrapresa; ma ciò che egli conosce non è molto, nel senso che rimane e rimarrà sempre un fondo inconoscibile nel mondo, qualcosa d’altro.
Nel momento in cui Weil chiede di conoscere questa alterità, la domanda di verità che sorregge la sua ricerca diventa assoluta e capovolge ogni valorizzazione attuata sino a quel momento. Ciò che veramente ha valore non è questo mondo che non può spiegarsi da sé completamente, ma è l’altro, ossia Dio, dal quale il primo deriva ma da cui differisce completamente, proprio per la mancanza di autogiustificazione. Il mondo da centro della conoscenza diventa punto di partenza di una ricerca senza fine che dovrebbe portare Weil a scoprire ciò che si nasconde alla percezione del mondo stesso ma che lo fonda.
È a questo punto che le premesse filosofiche del cammino weiliano chiariscono la paradossalità della situazione: da una parte, per Weil la percezione conoscitiva dipende interamente dalla mente e dal corpo umano e si basa, in maniera imprescindibile, sul contatto con la materia; dall’altra, Weil stessa ci dice che la conoscenza deve spingersi oltre il mondo, verso ciò che non è materia. In pratica, si tratta di arrivare alla percezione della purezza attraverso l’impurità della materia, e per questo motivo si dovrà sempre essere attenti a "salvare i fenomeni".
Questa impresa sembra destinata irrimediabilmente allo scacco, ma per Weil proprio l’apparente impossibilità la rende non solo praticabile ma, senza dubbio, l’unica via possibile di ricerca. Ho già sottolineato, infatti, come per Simone Weil sia la necessità a distinguere nettamente la percezione dal sonno dell’immaginario; ciò che si percepisce come necessità è, per essere più precisi, la contraddizione del reale, ossia la presenza di elementi contrastanti che non si lasciano ricondurre pacificamente gli uni agli altri.
Le contraddizioni nelle quali lo spirito si imbatte uniche realtà, criterio del reale. Non c’è contraddizione nell'immaginario. La contraddizione è la prova della necessità.
Applicazione a tutti gli ambiti. (Q, II, 288-289)
E ancora
La contraddizione è legittima quando la soppressione di un termine porta a distruggere o a svuotare della sua sostanza l’altro termine. La necessità è il criterio supremo in ogni logica. Soltanto la necessità mette lo spirito a contatto con la verità. (Q, IV, 156)
La necessità che sperimentiamo a contatto con la contraddizione è la verità perché è altro dal mondo, non si lascia trasformare completamente nella nostra razionalità, non è totalmente assimilabile. Si tratta, infatti, di una traccia lasciata da Dio, di uno spiraglio che, se correttamente interpretato, permette all’uomo di cambiare il suo modo di leggerel’esperienza.
La contraddizione provata è reale e sperimentabile perché propria della condizione umana e sinonimo di una insufficienza difficile da superare, quella del punto di vista nel quale siamo ontologicamente posizionati.
[…] Il fatto è che ci sono due ragioni.
C’è una ragione soprannaturale. È la conoscenza, gnosi, γνωσις, di cui il Cristo è la chiave, la conoscenza della Verità il cui soffio è inviato dal Padre.
Ciò che è contraddittorio per la ragione naturale non lo è per quella soprannaturale, ma questa dispone solo del linguaggio dell’altra. Tuttavia la logica della ragione soprannaturale è più rigorosa di quella naturale. (Q, IV, 134)

stralcio..............................( se ti interessa cerca su internet l'articolo di Federica Negri) Redazione Secem