martedì 21 gennaio 2014

Via pulchritudinis - papa Francesco ( il dibattito sulla bellezza, la natura e l'etica argomento 2014)





È per questo che vogliamo,anche noi, arricchire questo dibattito sulla “Natura”, la “Bellezza” e l’”Etica” con la “ Via Pulchritudinis” che è l’inizio di questa risposta da parte della Chiesa che si occupa del suo gregge di anime.

REDAZIONE SECEM

Di fronte alle sfide storiche, sociali, culturali e religiose raccolte nelle due precedenti Assemblee plenarie, quali aspetti della pastorale la Chiesa è chiamata a privilegiare nel suo dialogo apostolico con gli uomini e le donne del nostro tempo, specialmente i non credenti e gli indifferenti?
La Chiesa compie la sua missione che è quella di portare gli uomini a Cristo Salvatore mediante la condivisione della Parola di Dio e il dono dei Sacramenti della Grazia. Per meglio raggiungerli, attraverso una pastorale della cultura, adattata alla luce del Cristo contemplato nel mistero della sua Incarnazione (cf. Gaudium et spes, n. 22), essa scruta i segni dei tempi e vi trova preziose indicazioni per gettare «ponti» che permettano di incontrare il Dio di Gesù Cristo attraverso un itinerario di amicizia in un dialogo di verità.
In tale prospettiva, la Via pulchritudinis si presenta come un itinerario privilegiato per raggiungere molti di coloro che hanno grandi difficoltà a ricevere l’insegnamento, soprattutto morale, della Chiesa. Troppo spesso, in questi ultimi decenni, la verità ha risentito del fatto di essere strumentalizzata dall’ideologia e la bontà di essere «orizzontalizzata», ridotta ad essere unicamente un atto sociale, come se la carità verso il prossimo potesse fare a meno di attingere la propria forza all’amore di Dio. Il relativismo, che trova nel pensiero debole una delle sue espressioni più forti, contribuisce, peraltro, a rendere difficile un confronto vero, serio e ragionevole.
La Via della bellezza, a partire dall’esperienza semplicissima dell’incontro con la bellezza che suscita stupore, può aprire la strada della ricerca di Dio e disporre il cuore e la mente all’incontro col Cristo, Bellezza della Santità Incarnata offerta da Dio agli uomini per la loro Salvezza. Essa invita i nuovi Agostino del nostro tempo, cercatori insaziabili d’amore, di verità e di bellezza, ad elevarsi dalla bellezza sensibile alla Bellezza eterna e a scoprire con fervore il Dio Santo Artefice di ogni bellezza.
Non tutte le culture sono in ugual misura aperte al Trascendente e ad accogliere la rivelazione cristiana. Allo stesso modo, tutte le espressioni del bello – o di ciò che ritiene di esserlo – sono lungi dal favorire l’accoglienza del messaggio di Cristo e l’intuizione della sua divina bellezza. Le culture, come le espressioni artistiche e le manifestazioni estetiche, sono segnate dal peccato e possono attirare, perfino catturare l’attenzione fino a farla ripiegare su se stessa suscitando nuove forme di idolatria. Non siamo troppo spesso messi di fronte a fenomeni di vera decadenza in cui l’arte e la cultura si snaturano fino a ferire l’uomo nella sua dignità? Il bello non può essere ridotto ad un semplice piacere dei sensi: sarebbe rifiutarsi di avere piena coscienza della sua universalità, del suo valore supremo, altamente trascendente. La sua percezione richiede un’educazione, poiché la bellezza non è autentica se non nel suo rapporto con la verità – d’altronde, di che cosa sarebbe lo splendore, se non della verità? – ed essa è, al tempo stesso, «l’espressione visibile del bene, come il bene è la condizione metafisica della bellezza» [1][6] - «Il bello non è forse la strada più sicura per raggiungere il bene? », si chiedeva Max Jacob. Ampiamente accessibile a tutti, la Via della bellezza non è, tuttavia, priva di ambiguità e di deviazioni. Sempre dipendente dalla soggettività umana, essa può essere ridotta ad un estetismo effimero, lasciarsi strumentalizzare ed asservire dalle mode attraenti della società dei consumi. Da ciò nasce l’urgente missione di educare a discernere tra “uti” e “frui”, cioè tra un rapporto con le cose e le persone fondato unicamente sulla funzionalità – uti -, e la relazione credibile e affidabile – frui -, radicata coraggiosamente sulla bellezza della gratuità, memori di quanto scrive Agostino nel suo “De catechizandis rudibus”: “Nulla est enim maior ad amorem invitatio quam praevenire amando” – Non c’è invito più grande all’amore che precedere amando (Lib. I, 4.7, 26).
Perciò, è necessario chiarire che cos’è e in che consiste la Via pulchritudinis: di quale bellezza si tratta, che permetta di trasmettere la fede mediante la sua capacità di raggiungere il cuore delle persone, di esprimere il mistero di Dio e dell’uomo, di presentarsi come un autentico «ponte», spazio libero per camminare con gli uomini e le donne del nostro tempo che sanno o imparano ad apprezzare il bello, e aiutarli ad incontrare la bellezza del Vangelo di Cristo che la Chiesa deve, per sua missione, annunciare a tutti gli uomini di buona volontà.

II.2 In che modo la via pulchritudinis può essere una risposta della Chiesa alle sfide del nostro tempo?
Il Papa Giovanni Paolo II, instancabile indagatore dei segni dei tempi, indica la via nella sua Enciclica Fides et ratio: «Mentre non mi stanco di richiamare l’urgenza di una nuova evangelizzazione, mi appello ai filosofi perché sappiano approfondire le dimensioni del vero, del buono e del bello, a cui la parola di Dio dà accesso. Ciò diventa tanto più urgente, se si considerano le sfide che il nuovo millennio sembra portare con sé: esse investono in modo particolare le regioni e le culture di antica tradizione cristiana. Anche questa attenzione deve considerarsi  come un apporto fondamentale e originale sulla strada della nuova evangelizzazione»[2][7].
Questo appello ai filosofi può sorprendere, ma la via pulchritudinis non è forse una via veritatis sulla quale l’uomo si impegna per scoprire la bonitas del Dio d’amore, fonte di ogni bellezza, di ogni verità e di ogni bontà? Il bello, come pure il vero o il bene, ci conduce a Dio, Verità prima, Bene supremo e Bellezza stessa. Ma il bello dice più del vero o del bene. Dire di un essere che è bello non significa solo riconoscergli una intelligibilità che lo rende amabile. E’ dire, nello stesso tempo, che specificando la nostra conoscenza, esso ci attira, anzi ci cattura attraverso un influsso capace di suscitare meraviglia. Se esso esprime un certo potere di attrazione, ancor più, forse, il bello esprime la realtà stessa nella perfezione della sua forma. Esso ne è l’epifania. Esso la manifesta esprimendo la sua intima chiarezza [3][8]. Se il bene esprime il desiderabile, il bello esprime ancor più lo splendore e la luce di una perfezione che si manifesta [4][9] .
La via pulchritudinis è una via pastorale che non si può ridurre ad un approccio filosofico. Ma lo sguardo del metafisico ci aiuta a capire perché la bellezza è una via regale per condurre a Dio. Nel suggerirci chi Egli è, essa suscita in noi il desiderio di goderne nella pace della contemplazione, non soltanto perché Lui solo può soddisfare le nostre intelligenze e i nostri cuori, ma anche perché Egli contiene in se stesso la perfezione dell’Essere, fonte armoniosa e inesauribile di chiarezza e di luce. Per giungervi, è importante saper compiere il passaggio «dal fenomeno al fondamento». E’ di nuovo l’appello del papa filosofo: «Ovunque l’uomo scopre la presenza di un richiamo all’assoluto e al trascendente, lì gli si apre uno spiraglio verso la dimensione metafisica del reale: nella verità, nella bellezza, nei valori morali, nella persona altrui, nell’essere stesso, in Dio. Una grande sfida che ci aspetta al termine di questo millennio è quella di saper compiere il passaggio, tanto necessario quanto urgente, dal fenomeno al fondamento. Non è possibile fermarsi alla sola esperienza; anche quando questa esprime e rende manifesta l’interiorità dell’uomo e la sua spiritualità, è necessario che la riflessione speculativa raggiunga la sostanza spirituale e il fondamento che la sorregge » [5][10] .
Questo passaggio dal fenomeno al fondamento non avviene spontaneamente per chi non sia in grado di passare dal visibile all’invisibile perché una certa abitudine alla bruttezza, al cattivo gusto, alla volgarità, si vede promossa sia dalla pubblicità sia da alcuni «artisti folli» che fanno dell’immondo e del brutto un valore, al fine di suscitare scandalo. I fiori capziosi del male affascinano: «Vieni dal cielo profondo o esci dall’abisso, o Bellezza?», si chiede Baudelaire. E Dmitrij Karamazov confida a suo fratello Alëša: «La Bellezza è una cosa terribile. E’ la lotta tra Dio e Satana e il campo di battaglia è il mio cuore». Se la bellezza è l’immagine di Dio creatore, essa è anche figlia di Adamo ed Eva e, sulla loro scia, segnata dal peccato. L’uomo spesso rischia di lasciarsi intrappolare dalla bellezza presa in se stessa, icona divenuta idolo, mezzo che inghiottisce il fine, verità che imprigiona, trappola in cui cade un gran numero di persone, per mancanza di un’adeguata formazione della sensibilità e di una corretta educazione alla bellezza.
Percorrere la Via pulchritudinis implica impegnarsi a educare i giovani alla bellezza, aiutarli sviluppare uno spirito critico di fronte all’offerta della cultura mediatica, e a plasmare la loro sensibilità e il loro carattere per elevarli e condurli ad una reale maturità. La «cultura kitsch» non è caratteristica di una certa paura di sentirsi spinto ad una profonda trasformazione? Dopo aver a lungo rifiutato questa «passione», Sant’Agostino ricorda la trasformazione profonda dell’anima grazie all’incontro con la bellezza di Dio: nelle Confessioni egli ripensa con tristezza e amarezza al tempo perduto e alle occasioni mancate e, in pagine indimenticabili, rivede il suo percorso tormentato alla ricerca della verità e di Dio. Ma, in una specie di illuminazione nell’evidenza, egli ritrova Dio e lo coglie come «la Verità in persona» (X, 24), fonte di gioia pura e di autentica felicità: «Tardi t’amai, bellezza così antica, così nuova, tardi t’amai! Ed ecco, tu eri dentro di me ed io fuori di me ti cercavo e mi gettavo deforme sulle belle forme della tua creazione… Tu hai chiamato e gridato, hai spezzato la mia sordità, hai brillato e balenato, hai dissipato la mia cecità, hai sparso la tua fragranza ed io respirai, ed ora anelo verso di te; ti ho gustata ed ora ho fame e sete, mi hai toccato, ed io arsi nel desiderio della tua pace»[6][11]. Quest’esperienza dell’incontro con il Dio della Bellezza è un avvenimento vissuto nella totalità dell’essere e non solo nella sensibilità. Di qui la confessione del De musica (6, 13, 38): «Num possumus amare nisi pulchra? – Che altro si  può amare se non le cose belle?».

II.3 La Via pulchritudinis, via verso la Verità e la Bontà.
Proponendo un’estetica teologica, Hans Urs von Balthasar intendeva aprire gli orizzonti del pensiero alla meditazione e alla contemplazione della bellezza di Dio, del suo mistero e del Cristo in cui Egli si rivela. Nell’introduzione al primo volume della sua opera magistrale, Gloria, il teologo cita la parola bellezza «che per noi sarà la prima» e ne esprime la portata in rapporto al bene che «anche ha perduto la sua forza di attrazione» e in cui «gli argomenti in favore della verità hanno esaurito la loro forza di conclusione logica» [7][12]. Parallelamente, con altre preoccupazioni, Aleksandr I. Solženicyn nota con accento profetico, nel suo Discorso per la consegna del Premio Nobel per la Letteratura: «Questa antica triunità della Verità, del Bene e della Bellezza non è semplicemente una caduca formula da parata, come ci era sembrato ai tempi della nostra presuntuosa giovinezza materialistica. Se, come dicevano i sapienti, le cime di questi tre alberi si riuniscono, mentre i germogli della Verità e del Bene, troppo precoci e indifesi, vengono schiacciati, strappati e non giungono a maturazione, forse strani, imprevisti, inattesi saranno i germogli della Bellezza a spuntare e crescere nello stesso posto e saranno loro in tal modo a compiere il lavoro per tutti e tre»[8][13].
Così, ben lungi dal rinunciare a proporre la Verità e il Bene che sono nel cuore del Vangelo, bisogna seguire una via che permetta ad essi di raggiungere il cuore dell’uomo e delle culture[9][14]. Il mondo ne ha urgente bisogno, come sottolineava Papa Paolo VI nel suo vibrante Messaggio agli Artisti dell’8 dicembre 1965, alla chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II: «Questo mondo nel quale noi viviamo ha bisogno di bellezza per non cadere nella disperazione. La bellezza, come la verità, mette la gioia nel cuore degli uomini ed è un frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione»[10][15]. Contemplata con animo puro, la bellezza parla direttamente al cuore, eleva interiormente dallo stupore alla meraviglia, dall’ammirazione alla gratitudine, dalla felicità alla contemplazione. Perciò, crea un terreno fertile per l’ascolto e il dialogo con l’uomo e per afferrarlo interamente, mente e cuore, intelligenza e ragione, capacità creatrice e immaginazione. Essa, infatti, difficilmente lascia indifferenti: suscita emozioni, mette in moto un dinamismo di profonda trasformazione interiore che genera gioia, sentimento di pienezza, desiderio di partecipare gratuitamente a questa stessa bellezza, di appropriarsene interiorizzandola e inserendola nella propria concreta esistenza.
La via della bellezza risponde all’intimo desiderio di felicità che alberga nel cuore di ogni uomo. Essa apre orizzonti infiniti, che spingono l’essere umano ad uscire da se stesso, dalla routine e dall’effimero istante che passa, ad aprirsi al Trascendente e al Mistero, a desiderare, come scopo ultimo del suo desiderio di felicità e della sua nostalgia di assoluto, questa Bellezza originale che è Dio stesso, Creatore di ogni bellezza creata. Molti Padri hanno fatto riferimento a ciò durante il Sinodo dei Vescovi sull’Eucaristia, nell’ottobre 2005. L’uomo nel suo intimo desiderio di felicità, può trovarsi messo di fronte al male della sofferenza e della morte. Allo stesso modo, le culture sono talvolta messe di fronte a dei fenomeni analoghi di ferite, che possono condurre fino alla loro scomparsa. La voce della bellezza aiuta ad aprirsi alla luce della verità, e illumina così la condizione umana aiutandola a cogliere il significato del dolore. In questo modo, essa favorisce la guarigione di queste ferite.


topIII. Le  vie  della  bellezza.
Tre sviluppi si offrono a noi come vie privilegiate della Via pulchritudinis, per dialogare con le culture contemporanee:
III.1            La bellezza della creazione
III.2   La bellezza delle arti
III.3            La bellezza di Cristo, modello e prototipo della santità cristiana
La Bellezza di Dio, rivelata dalla bellezza singolare di suo Figlio, costituisce l’origine e il fine di tutto il creato. Se è possibile partire dal grado più elementare, per poi risalire, secondo un dinamismo inscritto nelle Sacre Scritture, dalla bellezza sensibile della natura alla Bellezza del Creatore, quest’ultima risplende in maniera unica sul volto di Cristo e su quello di sua Madre e dei santi. Per il cristiano «creazione» è inseparabile da «ricreazione», poiché se Dio ha giudicato buona e bella l’opera dei sei giorni (cf. Gn 1), il peccato, con il disordine, ha introdotto la bruttezza della morte e del male. «Felice colpa, che meritò di avere un così grande Redentore!», canta la liturgia di Pasqua: la Grazia, che si riversa sul mondo dal costato aperto di Cristo Salvatore, purifica e introduce in tutt’altra bellezza il mondo salvato che attende gemendo l’ora della trasformazione finale (Rm 8, 22).


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III.1              La bellezza della creazione.
La Scrittura sottolinea il valore simbolico della bellezza del mondo che ci circonda: «Davvero stolti per natura tutti gli uomini che vivevano nell’ignoranza di Dio, e dai beni visibili non riconobbero colui che è, non riconobbero l’artefice, pur considerandone le opere…Se…li hanno presi per dèi, pensino quanto è superiore il loro Signore, perché li ha creati lo stesso autore della bellezza» (Sap 13, 1.3). C’è, tuttavia, un abisso tra la bellezza ineffabile di Dio e le sue vestigia nella creazione, pertanto l’autore sacro non ritiene inutile precisare il quadro di tale «dialettica ascendente»: «…dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conosce l’autore » (v. 5). Occorre, perciò, superare le forme visibili delle cose della natura, per risalire fino al loro Autore invisibile, il Tutt’Altro, che noi professiamo nel Credo: «Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra».

A) La meraviglia davanti alla bellezza della creazione. «La natura è un tempio in cui dei pilastri vivi lasciano talvolta uscire confuse parole…» Se i poeti sono, con Baudelaire[11][16], particolarmente sensibili alle bellezze della creazione e al loro misterioso linguaggio, è perché dalla contemplazione di un paesaggio al tramonto, delle cime dei monti innevate sotto il cielo stellato, dei campi coperti di fiori inondati di luce, del rigoglio delle piante e delle specie animali nasce una varietà di sentimenti che ci invitano a «leggere dall’interno – intus-legere», per raggiungere dal visibile l’invisibile e dare risposta alle domande: chi è questo artefice dall’immaginazione così potente all’origine di tanta bellezza e grandezza, di una simile profusione di esseri  nel cielo e sulla terra? [12][17].
Nello stesso tempo la contemplazione delle bellezze della creazione suscita la pace interiore e affina il senso dell’armonia e il desiderio di una vita bella. Nell’uomo religioso, lo stupore e l’ammirazione si trasformano in atteggiamenti interiori più spirituali: l’adorazione, la lode e l’azione di grazie verso l’Autore di tali bellezze. Così il salmista: «Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi… O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!» (Sal 8, 4-7.10). La tradizione francescana, con san Bonaventura e Giovanni Scoto Eriugena[13][18], riconosce una dimensione «sacramentale» alla creazione, che porta in se stessa le tracce delle sue origini. Inoltre, la natura stessa è considerata come un’allegoria, e ogni realtà creata simbolo del suo Creatore         

B) Dalla creazione alla ricreazione. Tra le creature ce n’è una che presenta una certa somiglianza con Dio: l’uomo, creato «a sua immagine e somiglianza». Con la sua anima spirituale, egli porta in sé un «germe d’eternità irriducibile alla sola materia» (Gaudium et spes, 18). Ma l’immagine è stata alterata dal primo peccato, veleno che indebolisce la volontà nel suo orientamento verso il bene e, quindi, offusca l’intelligenza e vizia la sensibilità. La bellezza dell’anima, assetata di verità e slancio verso il beneamato, perde il suo splendore e diventa capace di operare il male, il brutto: un bambino testimone di un’azione cattiva non dice spontaneamente: «Non è bello»? Così la bruttezza – e dunque a fortiori il bene – appare nel campo della morale e si riflette sull’uomo, suo soggetto. Con il peccato, questi ha perso la sua bellezza e si vede nudo fino a provarne vergogna. La venuta del Redentore lo riporta alla sua bellezza originaria, anzi lo riveste di una bellezza nuova: la bellezza inimmaginabile della creatura elevata alla filiazione divina, la trasfigurazione promessa dell’anima redenta ed innalzata dalla grazia, lo splendore in tutte le fibre del suo corpo chiamato a resuscitare.
Se Cristo, Nuovo Adamo, «svela pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione» (Gaudium et spes, 22), lo sguardo cristiano sulla bellezza della creazione trova il suo compimento nella sconvolgente notizia della ricreazione: il Cristo, rappresentazione perfetta della gloria del Padre, comunica all’uomo la sua pienezza di grazia. Egli lo rende «grazioso» vale a dire bello e gradito a Dio. L’Incarnazione è il centro focale, la giusta prospettiva in cui la bellezza assume il suo significato ultimo.:«”Immagine del Dio invisibile” (Col 1, 15), Cristo Signore è l’uomo perfetto, che ha restituito ai figli di Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato. Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata, per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata ad una dignità sublime. Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo». Torneremo ancora su questo argomento, la bellezza della santità che emana dall’uomo conformato a Cristo, sotto il soffio dello Spirito Santo, è una delle più belle testimonianze in grado di scuotere i più indifferenti e di far sentire loro il passaggio di Dio nella vita degli uomini.
In un’azione di grazie continua, il cristiano loda il Cristo che gli ha ridato vita e si lascia trasfigurare da questo dono glorioso che gli viene fatto. I nostri occhi avidi di bellezza si lasciano attrarre dal Nuovo Adamo, vera icona del Padre eterno, «irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza» (Eb 1, 3). Ai «puri di cuore» ai quali è stato promesso che vedranno Dio faccia a faccia, Cristo concede già di intravedere la luce della gloria nel cuore stesso della notte della fede.

C) La creazione, utilizzata o idolatrata. Sono, tuttavia, numerosi gli uomini e le donne che vedono la natura e il cosmo solo nella loro materialità visibile, universo muto che avrebbe il solo destino di obbedire alle fredde e immutabili leggi fisiche, senza evocare nessun’altra bellezza, ancor meno un Creatore. In una cultura in cui lo scientismo impone i limiti del suo metodo di osservazione fino a farne il criterio esclusivo di conoscenza, il cosmo viene ridotto ad essere soltanto un immenso serbatoio al quale l’uomo attinge fino ad esaurirlo, in funzione dei suoi bisogni crescenti, smisurati.
Il Libro della Sapienza mette in guardia contro tale miopia che San Paolo denuncia come un «peccato di orgoglio e di presunzione» (Rm 1, 20-23). Del resto, la creazione non è muta: i fenomeni naturali straordinari, talvolta tragici, registrati in questi ultimi anni, e i disastri ecologici che si moltiplicano senza tregua, determinano una nuova comprensione della natura, delle sue leggi, della sua armonia. Risulta sempre più evidente, per molti dei nostri contemporanei, che la natura non può né deve essere manipolata senza rispetto.
Non bisogna, però, fare della natura un assoluto, addirittura un idolo, come avviene in alcuni gruppi neopagani: il suo valore non può oltrepassare la dignità dell’uomo chiamato ad esserne il custode.

Proposte pastorali.
Una particolare attenzione alla natura aiuta a scoprire in essa lo specchio della bellezza di Dio. Pertanto è urgente promuovere una maggiore attenzione nei confronti della creazione e della sua bellezza, sia nella formazione umana sia in quella cristiana, evitando di ridurla a semplice ecologismo, addirittura ad una visione panteista. Alcuni movimenti – scoutismo, Azione Cattolica Ragazzi (ACR) – si impegnano ad educare  all’osservazione della natura e a sensibilizzare alla sua protezione. Essi aiutano i giovani a scoprire il progetto creatore di Dio, nel momento in cui destano in loro i sentimenti legati alla meraviglia, all’adorazione e all’azione di grazie. Bisognerà essere attenti a metter in luce la duplice dimensione dell’ascolto
- ascolto della creazione che narra la gloria di Dio,
- e ascolto di Dio che ci parla attraverso la sua creazione e si rende accessibile alla ragione, secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano I (Dei Filius, Ch. 2, can. 1).         
La catechesi, nel suo sforzo di formazione dei bambini e dei giovani, trae vantaggio a sviluppare una pedagogia dell’osservazione delle bellezze naturali e degli atteggiamenti umani fondamentali che vi si riferiscono: silenzio, ascolto, ammirazione, interiorizzazione, pazienza nell’attesa, scoperta dell’armonia, rispetto dell’equilibrio naturale, senso della gratuità, adorazione e contemplazione.
L’insegnamento di una autentica filosofia della natura e di una bella teologia della Creazione meriterebbe un nuovo slancio in una cultura in cui il dialogo tra scienza e fede è di particolare importanza, in cui gli intellettuali hanno il dovere di possedere un minimo di conoscenze epistemologiche e gli scienziati misconoscono troppo spesso l’immenso profitto che si può trarre dalla sapienza cristiana[14][19]. I pregiudizi scientisti e il fideismo sono ancora troppo spesso presenti nella mentalità comune, perciò è di fondamentale importanza suscitare a tutti i livelli – negli Istituti scolastici cattolici, gli Istituti di formazione, le Università, i Centri Culturali Cattolici, ecc. – occasioni di incontro e di dialogo tra uomini di scienza e di fede. In questo quadro, il Giubileo degli Scienziati, celebrato durante il Grande Giubileo del 2000, ha fatto sorgere nuove iniziative culturali destinate a rinnovare il dialogo tra scienza e fede [15][20]. Tra queste, il progetto STOQ (Science, Theology and Ontological Quest), promosso dal Pontificio Consiglio della Cultura in collaborazione con diverse Università pontificie. Per altro, ogni branca del sapere – filosofia, teologia, scienze umane e sociali, psicologia – può contribuire allo svelamento della bellezza di Dio e della sua creazione.
Le azioni in favore della difesa della natura, dell’habitat naturale, organizzate da comunità cristiane o da famiglie religiose che si ispirano all’esempio di San Francesco che «contemplava il Bellissimo nelle cose belle» [16][21], hanno una certa eco e contribuiscono allo sviluppo di una visione meno «idolatrica» della natura. La Lettera pastorale dei Vescovi Australiani del Queensland dal titolo suggestivo: Let the Many Coastlands Be Glad! A Pastoral Letter on the Great Barrier Reef, ne è un esempio. È importante moltiplicare le iniziative per trasmettere, nella cultura contemporanea, il senso del valore autentico della natura, della sua bellezza e della sua potenza simbolica e della sua capacità di far scoprire l’opera creatrice di Dio.

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III.2  La bellezza delle arti.
Se la natura e il cosmo sono espressione della bellezza del Creatore e introducono alla soglia di un silenzio tutto contemplativo, la creazione artistica possiede la capacità di evocare l’indicibile del mistero di Dio. L’opera d’arte non è «la bellezza», ma ne è l’espressione e, se obbedisce a dei canoni per natura fluttuanti: ogni arte è legata ad una cultura, essa possiede un carattere intrinseco di universalità. La bellezza artistica suscita emozione interiore, provoca nel silenzio il rapimento e conduce all’«uscita da sé», all’estasi.
Per il credente, la bellezza trascende l’estetica e il bello trova il suo archetipo in Dio. La contemplazione di Cristo nel suo mistero d’Incarnazione e Redenzione è la fonte viva alla quale l’artista cristiano attinge la propria ispirazione per esprimere il mistero di Dio e il mistero dell’uomo salvato in Gesù Cristo. Ogni opera d’arte cristiana ha un senso: essa è, per natura, un «simbolo», una realtà che rimanda al di là di se stessa, che aiuta ad avanzare sulla via che rivela il senso, l’origine e la meta del nostro cammino terreno. La sua bellezza è caratterizzata dalla sua capacità di provocare il passaggio dal «per sé» al «più grande di sé». Tale passaggio si realizza in Gesù Cristo, che è «la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6), la «Verità tutta intera» (Gv 16, 13).

A) La bellezza suscitata dalla fede. Le opere d’arte di ispirazione cristiana, che costituiscono una parte incomparabile del patrimonio artistico e culturale dell’umanità, sono oggetto di una vera infatuazione da parte di folle di turisti, credenti o non credenti, agnostici o indifferenti al fatto religioso. Tale fenomeno è  in continuo aumento e raggiunge tutte le categorie della popolazione, senza distinzione di cultura e di religione. La cultura, nel senso di «patrimonio spirituale», si è fortemente «democratizzata»: grazie agli sviluppi straordinari della tecnologia, le opere d’arte si sono avvicinate al «popolo». Ormai, un minuscolo apparecchio elettronico può contenere tutta l’opera di Mozart o Bach, come pure sono alla portata di tutti decine di migliaia di miniature della Biblioteca Vaticana  messe su un disco video digitale.
Il volto di Cristo, nella sua singolare bellezza, le scene del Vangelo e i grandi avvenimenti profetici dell’Antico Testamento, il Golgota, la Vergine col Bambino e la Vergine Addolorata hanno rappresentato nel corso dei secoli una sorgente feconda di ispirazione per gli artisti cristiani. In una straordinaria ricchezza immaginativa, questi si sforzano, attraverso una ricerca continua e continuamente rinnovata, di rappresentare la bellezza di Dio rivelata nel Cristo e di renderla più vicina, quasi tangibile e visibile. In qualche modo, l’artista prolunga la Rivelazione operando con le forme, le immagini, i colori o le sonorità. Mostrando quanto è bello Dio, dice quanto egli lo è per l’uomo, come suo proprio bene e verità ultima della sua esistenza. La bellezza cristiana è portatrice di una verità più grande del cuore dell’uomo, verità che supera il linguaggio umano e indica il suo Bene, l’unico essenziale.
I Cardinali di Santa Romana Chiesa non hanno forse percepito tutta la terribile bellezza del Giudizio Universale di Michelangelo, nella Cappella Sistina, nell’atto di eleggere il nuovo Romano Pontefice? Le cattedrali e le chiese d’Oriente e d’Occidente non toccano forse l’apice dello splendore quando una liturgia rifulgente di bellezza vi è celebrata da tutto un popolo ivi radunato? E le abbazie e i monasteri non diventano delle oasi di pace quando vi risuonano le melodie immutabili che, nel corso dei secoli, svolgono la loro funzione di lode, di supplica e di azione di grazie? Tanti uomini e donne, di tutte le epoche e di tutte le culture, hanno provato una profonda emozione fino ad aprire il loro cuore a Dio, contemplando il volto di Cristo in Croce, come a suo tempo Francesco d’Assisi, ascoltando una Passione o un Te Deum oppure inginocchiandosi davanti ad una pala d’altare d’oro o ad una icona bizantina.
Il Papa Giovanni Paolo II, nella sua Lettera agli artisti, ha chiamato ad una nuova epifania della bellezza e ad un nuovo dialogo fede e cultura tra la Chiesa e l’arte, sottolineando il bisogno reciproco dell’una e dell’altra e la fecondità della loro alleanza millenaria dalla quale scaturisce quella «creazione  nella bellezza» di cui Platone già parlava nel Simposio [17][22].
Se l’ambiente culturale condiziona fortemente l’artista, allora sorge la domanda: come essere custodi della bellezza, secondo l’auspicio di von Balthasar, in questa cultura artistica contemporanea in cui la seduzione erotica onnipresente ipertrofizza gli istinti, inquina l’immaginario e inibisce le facoltà spirituali? In fondo, salvare la bellezza non è salvare l’uomo? Non è, questo, il ruolo della Chiesa, «esperta in umanità» ?

B)   Imparare ad accogliere questa bellezza. Le opere d’arte ispirate dalla fede cristiana – pitture e mosaici, sculture e architetture, avori e argenti, opere di poesia e prosa, opere musicali e teatrali, cinematografiche e coreografiche e tante altre ancora – hanno un potenziale enorme, sempre attuale, che non si lascia alterare dal tempo che passa: esso consente di comunicare in maniera intuitiva e piacevole la grande esperienza della fede, dell’incontro con Dio in Cristo, nel quale si svela il mistero dell’amore di Dio e l’identità profonda dell’uomo.
Rivolgendosi agli artisti nella Cappella Sistina, il 7 maggio 1964, il Papa Paolo VI denunciava il «divorzio» tra l’arte e il sacro, caratteristico del XX secolo, e osservava che oggi numerosi artisti incontrano grandissime difficoltà a trattare i temi cristiani per mancanza di formazione e di esperienza  riguardo alla fede cristiana [18][23]. La bruttezza di certe chiese e delle loro decorazioni, la loro inadattabilità alla celebrazione liturgica, sono le conseguenze di tale divorzio, di una lacerazione che richiede una cura perché venga sanata. Perciò, è importante rimediare all’ignoranza crescente nel campo della cultura religiosa, per consentire all’arte cristiana del passato e del presente di aprire a tutti la via pulchritudinis[19][24]. Per essere pienamente «recepita» e capita, l’opera d’arte cristiana ha bisogno di essere letta alla luce della Bibbia e dei testi fondamentali della Tradizione ai quali si riferisce l’esperienza di fede. Se la bellezza va espressa, ne dobbiamo ancora imparare il particolare linguaggio, che suscita ammirazione, emozione e conversione. Se esiste un linguaggio della bellezza, quello dell’opera d’arte cristiana non trasmette soltanto il messaggio dell’artista, ma la verità del mistero di Dio meditato da una persona che di esso ci dà la sua propria lettura, non già per glorificarsi, bensì per glorificarne la Sorgente. L’analfabetismo biblico sterilizza la capacità di comprensione dell’arte cristiana.
Del resto, uno sforzo congiunto dev’essere fatto per superare difficoltà dovute ad un certo clima culturale creato da una critica d’arte ampiamente influenzata da ideologie materialistiche:  mettere in evidenza soltanto l’aspetto estetico-formale delle opere, senza interesse per il loro contenuto che ha ispirato tanta bellezza, rende sterile l’arte, inaridisce il flusso vivificante della vita spirituale per rinchiuderla nella sola emozione sensibile.

C) L’arte sacra, strumento di evangelizzazione e di catechesi. Il Servo di Dio Giovanni Paolo II definiva il patrimonio artistico ispirato dalla fede cristiana «un formidabile strumento di catechesi», fondamentale per «rilanciare il messaggio universale della bellezza e della bontà» (Ai Vescovi di Toscana, 11 marzo 1991). In sintonia con lui, il Cardinale Ratzinger, nella sua veste di Presidente della Commissione speciale preparatoria del Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica, motivava così l’introduzione caratteristica delle immagini in questa opera: «… anche l’immagine è  predicazione evangelica. Gli artisti di ogni tempo hanno offerto alla contemplazione e allo stupore dei fedeli i fatti salienti del mistero della salvezza, presentandoli nello splendore del colore e nella perfezione della bellezza. E’ un indizio questo, di come oggi più che mai, nella civiltà dell’immagine, l’immagine sacra possa esprimere molto di  più della stessa parola, dal momento che è oltremodo efficace il suo dinamismo di comunicazione e di trasmissione del messaggio evangelico» [20][25].
Il documento del Pontificio Consiglio della Cultura, Per una pastorale della cultura, auspica «Nella nostra cultura, contraddistinta da un diluvio di immagini spesso banali e brutali, quotidianamente riversate dalle televisioni, dai film e dalle videocassette, un’alleanza feconda tra il Vangelo e l’arte» per «nuove epifanie di bellezza, nate dalla contemplazione del Cristo, Dio fatto uomo, dalla meditazione dei suoi misteri, dal loro irraggiamento nella vita della Vergine Maria e dei santi»(n. 36).
Il forte potere di comunicare, dell’arte sacra, rende quest’ultima capace di oltrepassare le barriere e i filtri dei pregiudizi per raggiungere il cuore degli uomini e delle donne di altre culture e religioni, e dar loro modo di cogliere l’universalità del messaggio di Cristo e del suo Vangelo. Perciò, quando un’opera d’arte ispirata dalla fede viene offerta al pubblico nel quadro della sua funzione religiosa, essa si rivela come una «via», un «cammino di evangelizzazione e di dialogo» che dà la possibilità di godere del patrimonio vivo del cristianesimo e, nel contempo, della fede cristiana stessa.
Rileggere le opere d’arte cristiane, grandi o piccole, artistiche o musicali, e ricollocarle nel loro contesto, approfondendo i loro vincoli vitali con la vita della Chiesa, in particolare con la liturgia, vuol dire far «parlare» di nuovo tali opere, consentendo ad esse di trasmettere il messaggio che ne ha ispirato la creazione. La via pulchritudinis, prendendo la via delle arti, conduce alla veritas della fede, a Cristo stesso, divenuto «con l’Incarnazione, icona del Dio invisibile». Giovanni Paolo II non ha esitato a manifestare la sua «convinzione che, in un certo senso, l’icona è un sacramento: analogamente, infatti, a quanto avviene nei Sacramenti, essa rende presente il mistero dell’Incarnazione nell’uno o nell’altro suo aspetto» [21][26].
Le opere d’arte cristiane offrono al credente un tema di riflessione e un aiuto per entrare in contemplazione in una preghiera intensa, attraverso un momento di catechesi, come anche di confronto con la Storia Sacra. I capolavori ispirati dalla fede sono vere “Bibbie dei poveri”, “scale di Giacobbe” che elevano l’anima fino all’Artefice di ogni bellezza e, con Lui, al mistero di Dio e di coloro che vivono nella sua visione beatifica: «Visio Dei vita hominis» - «vita dell'uomo é la visione di Dio», professa Sant’Ireneo[22][27]. Sono le vie privilegiate di una autentica esperienza di fede.

Proposte pastorali.
La Lettera agli artisti di Papa Giovanni Paolo II, che costituisce un riferimento fondamentale a tale riguardo, trova larga eco nel documento del Pontificio Consiglio della Cultura, Per una pastorale della cultura [23][28]. Le conferenze episcopali possono prendere questi due testi come base di partenza per iniziative concrete [24][29].
Mediante un’educazione appropriata, bisogna iniziare al linguaggio della bellezza e sviluppare la capacità di cogliere il messaggio dell’arte cristiana: ciò che fa belle le opere e, soprattutto, ciò che in esse favorisce un incontro col mistero di Cristo. In questo campo, si manifesta una presa di coscienza e si assiste ad una significativa ripresa degli studi sull’arte sacra cristiana, ormai meglio conosciuta da coloro che hanno il compito di dare una formazione cristiana[25][30]. Un importante lavoro di riformulazione teorica dell’insegnamento dell’arte sacra a partire da un’autentica visione cristiana sembrerebbe particolarmente necessaria di fronte alle interpretazioni ideologiche e atee largamente diffuse.
Si tratta, inoltre, di creare le condizioni per il rinnovamento della creazione artistica nella comunità cristiana, e quindi allacciare legami personali con gli artisti e aiutarli a cogliere ciò che permette a un’opera d’arte di essere veramente religiosa e degna dell’«arte sacra». Se molto è stato fatto in questi ultimi decenni in numerose diocesi, molto resta ancora da fare per valorizzare il ricchissimo patrimonio culturale e artistico della Chiesa nato dalla fede cristiana, e utilizzarlo come strumento di evangelizzazione, di catechesi e di dialogo. Non basta costruire dei musei: bisogna consentire a questo patrimonio di poter esprimere il contenuto del suo messaggio. Una liturgia veramente bella aiuta a entrare in questo particolare linguaggio della fede, fatto di simboli e di evocazioni del mistero celebrato.
Alcune iniziative già collaudate e, quindi, meritevoli di particolare attenzione:
– Dialogo con gli artisti, pittori, scultori, architetti di chiese da costruire, restauratori, musicisti, poeti, drammaturghi, ecc., per alimentare il loro immaginario alle fonti della fede e, nello stesso tempo, rimanere profondamente radicati nelle diverse culture, per permettere nuove relazioni tra ciò che la Chiesa commissiona e la produzione degli artisti. L’analfabetismo liturgico di alcuni artisti scelti per la costruzione di chiese è un vero dramma largamente diffuso.
– Formazione alla bellezza del mistero cristiano espresso nell’arte sacra, in occasione dell’inaugurazione di una nuova chiesa, di un’opera d’arte, di un concerto, di una liturgia particolare
– Organizzazione di eventi culturali ed artistici - mostre, concorsi a premi, concerti, conferenze, festival, ecc. - , per valorizzare l’immenso patrimonio della Chiesa e il suo messaggio, nonché per favorire una nuova creatività, in particolare nel campo dell’arte e del canto liturgico.
– Pubblicazioni locali sotto forma di dépliant turistici, di pagine web o di riviste più specializzate sul patrimonio, con l’intento pedagogico di mettere in evidenza l’anima, l’ispirazione e il messaggio delle opere, e con un’analisi scientifica volta alla comprensione profonda dell’opera.
– Sensibilizzazione degli operatori pastorali, dei catechisti e degli insegnanti di religione, ma anche dei seminaristi e del clero, attraverso corsi di formazione, seminari, incontri a tema, visite guidate. I Musei diocesani e i Centri culturali cattolici possono svolgere un ruolo importante, specialmente proponendo lo studio delle opere d’arte locali o regionali, e favorirne l’impiego nella catechesi.
– Formazione di guide informate sulla specificità dell’arte di ispirazione cristiana, creazione di gruppi specializzati per la valorizzazione delle opere e di Centri culturali che condividono queste stesse finalità.
– Studio e approfondimento della problematica a livello scolastico e universitario, con dei master, seminari, laboratori, ecc. Proposta di borse di studio o sussidi atti a sensibilizzare le istanze educative. Sviluppo a livello regionale e nazionale di Istituti di Musica sacra, di Liturgia, di Archeologia, ecc. e creazione di biblioteche specializzate in questo campo.

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III. 3. La bellezza di Cristo, modello e prototipo della santità cristiana.
Se la bellezza della creazione è, secondo Sant’Agostino, una «confessio» e invita a contemplare la bellezza alla sua fonte, il «Creatore del cielo e della terra, dell’universo visibile e invisibile», e se la bellezza delle opere d’arte ci svela qualcosa della bellezza nella sua figura, il Figlio che si è fatto carne, «il più bello dei figli dell’uomo», c’è una terza via fondamentale – la prima per importanza – che conduce alla scoperta della bellezza nell’icona della santità, opera dello Spirito che plasma la Chiesa ad immagine di Cristo, modello di perfezione: è, per il battezzato, la bellezza della testimonianza data mediante una vita trasformata nella grazia e, per la Chiesa, la bellezza della liturgia che dà modo di sperimentare Dio, vivo in mezzo al suo popolo, e che attira a Lui chi si lascia prendere nel suo abbraccio tutto di gioia e d’amore.
L’Ecclesia de caritate testimonia la bellezza di Cristo. Essa si manifesta come sua Sposa, abbellita dal suo Signore, mentre compie i suoi atti di carità e le sue scelte preferenziali, si impegna per la giustizia e l’edificazione della grande casa comune in cui ogni creatura è chiamata a porre la propria dimora, soprattutto i poveri: pure loro hanno diritto alla bellezza. Nello stesso tempo, questa testimonianza della bellezza attraverso la carità e l’impegno al servizio della giustizia e della pace, annuncia la speranza che non delude. Proporre agli uomini e alle donne di oggi la vera bellezza, rendere la Chiesa attenta ad annunciare sempre, opportunamente e inopportunamente, la bellezza che salva, che si sperimenta laddove l’eternità ha posto la sua tenda nel tempo, significa offrire ragioni di vita e di speranza a quelle e a quelli che ne sono privi o che rischiano di perderle. Una Chiesa testimone del senso ultimo della vita, fermento di fiducia nel cuore della storia umana, appare quindi come il popolo della bellezza che salva, perché essa anticipa nel tempo penultimo qualcosa della promessa bellezza di Dio tutto in tutti nell’ultimo tempo. La speranza, anticipazione militante dell’avvenire del mondo redento, promesso nel Figlio crocifisso e risorto, è annuncio della bellezza. Il mondo ne ha particolarmente bisogno.

A) In cammino verso la bellezza di Cristo. La singolare bellezza di Cristo, come modello di «vita veramente bella», si riflette nella santità di una vita trasformata dalla grazia. Molti, purtroppo, sentono il cristianesimo come sottomissione a dei comandamenti fatti di divieti e di limiti alla libertà personale. Il Papa Benedetto XVI lo ricordava durante un’intervista alla Radio Vaticana, il 14 agosto 2005, prima di partire per Colonia, per incontrare giovani provenienti da tutto il mondo riuniti per le Giornate Mondiali della Gioventù. E diceva tra l’altro: «Io, invece, vorrei far loro capire che essere sostenuti da un grande Amore e da una rivelazione non è un fardello: ciò dà delle ali ed è bello essere cristiani. Questa esperienza dà ampiezza… La gioia di essere cristiani: è bello ed è anche giusto credere»[26][31]. Dalla bellezza interiore e dalla profonda emozione provocata dall’incontro con la Bellezza in persona – pensiamo all’esperienza di Sant’Agostino – nasce la capacità di proporre eventi di bellezza in tutte le dimensioni dell’esistenza e dell’esperienza di fede.
La pastorale della Chiesa, per portare all’incontro col Cristo, trova nella presentazione della sua bellezza il mezzo per destare i cuori a tale scoperta. Nella sua Lettera agli artisti, il Papa Giovanni Paolo II metteva in rilievo la fecondità della novità dell’Incarnazione: «Facendosi uomo, infatti, il Figlio di Dio ha introdotto nella storia dell’umanità tutta la ricchezza evangelica della verità e del bene, e con essa ha svelato anche una nuova dimensione della bellezza: il messaggio evangelico ne è  colmo fino all’orlo» (n. 5). Questa bellezza, così particolare e unica, del «figlio dell’uomo» si rivela  sia sul volto del «Bel Pastore» che su quello del Cristo trasfigurato sul Tabor e, nello stesso tempo, su Colui che ha perduto, sospeso alla Croce, ogni bellezza corporale: L’Uomo dei dolori. In particolare, il cristiano vede nella deformità del Servo sofferente, spogliato di ogni bellezza esteriore, la manifestazione dell’amore infinito di Dio che giunge sino a rivestirsi della bruttura del peccato per elevarci, al di là dei sensi, alla bellezza divina che supera ogni altra bellezza e mai si corrompe. L’icona del Crocifisso, dal volto sfigurato, racchiude in sé, per chi vuole contemplarlo, la misteriosa bellezza di Dio. È la Bellezza che si compie nel dolore, nel dono di sé senza alcun ritorno per sé.  La Bellezza dell’amore, che è più forte del male e della morte

B)   La bellezza luminosa di Cristo e il suo riflesso nella santità cristiana. Cristo Gesù è la perfetta rappresentazione della Gloria del Padre. Egli è «Il più bello dei figli dell’uomo», perché possiede la pienezza della Grazia mediante la quale Dio libera l’uomo dal peccato, lo strappa alle tenebre del male e lo restituisce alla sua innocenza originaria. In ogni luogo e in ogni epoca, una moltitudine di uomini e di donne si è lasciata afferrare da questa bellezza per dedicarsi ad essa. Papa Benedetto XVI si esprimeva così durante la prima canonizzazione del suo pontificato e la messa di chiusura della XI Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi sull’Eucaristia: «Il santo è colui che è talmente affascinato dalla bellezza di Dio e dalla sua perfetta verità da esserne progressivamente trasformato. Per questa bellezza e verità è pronto a rinunciare a tutto, anche a se stesso» (23 ottobre 2005).
Se la santità cristiana si configura alla bellezza del Figlio, l’Immacolata Concezione è la più perfetta illustrazione di questa «opera di bellezza». La Vergine Maria e i santi sono i riflessi luminosi e i testimoni attraenti della bellezza singolare di Cristo, bellezza dell’amore infinito di Dio che si dà e si comunica agli uomini. Essi riflettono, ciascuno a suo modo, come i prismi del cristallo, le sfaccettature del diamante, i contorni dell’arcobaleno, la luce e la bellezza originaria del Dio d’amore. La santità degli uomini è partecipazione alla santità di Dio e, quindi, alla sua bellezza; questa, accolta pienamente nel cuore e nella mente, illumina e guida la vita degli uomini e le loro azioni quotidiane.
La bellezza della testimonianza cristiana esprime la bellezza del cristianesimo e, per di più, la rende visibile. «Come possiamo essere credibili nel nostro annuncio di una “buona notizia”, se la nostra vita non riesce a manifestare anche la “bellezza”del vivere?». Dall’incontro di fede con Cristo nascono così, in un dinamismo interiore sostenuto dalla Grazia, la santità dei discepoli e la loro capacità di rendere «bella e buona» la loro vita e quella del loro prossimo. Non è una bellezza esteriore e superficiale, tutta di facciata, ma una bellezza interiore che si delinea sotto l’azione dello Spirito Santo. Essa risplende davanti agli uomini: nessuno può nascondere ciò che è parte essenziale del proprio essere.
Era, questo, l’appello di Giovanni Paolo II ai consacrati, nell’Esortazione apostolica post-sinodale Vita consecrata: «Ma è soprattutto a voi, donne e uomini consacrati, che al termine di questa Esortazione rivolgo il mio appello fiducioso: vivete pienamente la vostra dedizione a Dio, per non lasciar mancare a questo mondo un raggio della divina bellezza che illumini il cammino dell’esistenza umana. I cristiani, immersi nelle occupazioni e nelle preoccupazioni di questo mondo, ma chiamati anch’essi alla santità, hanno bisogno di trovare in voi cuori purificati che nella fede “vedono” Dio, persone docili all’azione dello Spirito Santo che camminano spedite nella fedeltà al carisma della chiamata e della missione» (n. 109). Dove risplende la carità, lì si manifesta la bellezza che salva, lì è resa gloria al Padre, lì cresce l’unità dei discepoli di Nostro Signore beneamato.
Pavel Florenskij, cantore russo della bellezza, martire del XX secolo, così commenta un passo del Vangelo di San Matteo (5, 16): «I vostri “atti buoni” non vuole affatto dire “atti buoni” in senso filantropico e moralistico: tà kalà erga vuol dire “atti belli”, rivelazioni luminose e armoniose della personalità spirituale – soprattutto, un volto luminoso, bello, di una bellezza per cui si espande all’esterno “l’interna luce” dell’uomo, e allora vinti dall’irresistibilità di questa luce, gli uomini lodano il Padre celeste, la cui immagine sulla terra così sfolgora»[27][32].  Pertanto, la vita cristiana è chiamata a diventare, con la forza della Grazia donata dal Cristo risorto, un evento di bellezza capace di suscitare ammirazione, dare origine alla riflessione e incitare alla conversione. L’incontro con Cristo e con i suoi discepoli, in particolare con Maria sua madre e con i santi, suoi testimoni, deve poter sempre diventare, in tutte le circostanze, un evento di bellezza, un momento di gioia, scoperta di una nuova dimensione dell’esistenza, una esortazione a rimettersi in cammino verso la Patria Celeste e di godere della visione della «Verità tutta intera», della bellezza dell’Amore di Dio: la bellezza è splendore della Verità e fioritura dell’Amore.


giovedì 16 gennaio 2014

Etica della Bellezza


Proseguiamo il nostro cammino attraverso la Bellezza e la Natura con un brano di Joseph Tham sull’Etica della Bellezza. Tutto visto da occhi contemporanei e con la storicizzazione del pensiero “leggero” che interviene nel contesto assumendone i caratteri e trovando il genius della secolarizzazione dell’Etica. Il brano si rivolge alla bellezza nella vita degli uomini.

Redazione Secem

 

Etica della Bellezza  di  Joseph Tham,

 

La cultura odierna è giustamente un culto delle immagini. Le immagini ci colpiscono ovunque, in televisione, nei media, nelle strade e nel mercato. Tuttavia, la maggior parte di queste immagini sono superficiali e come dice il proverbio, «La bellezza è solo superficiale». L’ossessione per una bellezza estetica in realtà indica un malessere più profondo: la nostra incapacità di amare davvero e di vedere la bellezza in atti coraggiosi e sacrificati o nella vita virtuosa. Il corpo umano è bello, ma spesso è raffigurato solo come una merce da sfruttare e manipolare.

Questo è diventato evidente in bioetica, quando, per esempio, creare un bambino perfetto mostra la nostra arroganza, il non accettare la nostra vera condizione umana. Lo vediamo rispecchiato nella mercificazione degli embrioni e nel commercio del sesso, nel calcolo utilitaristico di valore personale, e nel turismo della fertilità e maternità surrogata che divengono mezzi commerciali, ecc. L’autentica dignità della persona umana è spesso sacrificata sull’altare del profitto economico.

Aristotele parlava delle due capacità produttive degli esseri umani: techne e poiesis. La prima è evidenziata dall’uso dell’intelletto, mentre la capacità tecnica fornisce cose utili per il ben vivere. L’altra è caratterizzata da una produzione che è “inutile”, ma, non per questo, meno rilevante per il nostro benessere: lo sport, i giochi, ma soprattutto la poesia, la musica e le arti. Heidegger è pessimista circa l’attuale enfasi sulla tecnologia che ci ha imprigionati e accecati. I grandi progressi della tecnologia hanno paradossalmente creato disagio, angoscia e paura per l’uomo moderno, eppure sembrano incapaci di staccarci da questa fascinazione sulla techne.

Tutto ciò è molto presente nelle biotecnologie che ci permettono, non solo di combattere le malattie e prolungare la vita, ma di creare, manipolare e distruggere la vita stessa. Questo è il dilemma della modernità, ed è evidente in molti dibattiti attuali di bioetica.

C’è qualcosa di vero nell’intuizione heideggeriana che abbiamo bisogno di recuperare l’arte
della poiesis, che ci permetterebbe di contemplare i nostri successi e riorientare le nostre
strade.

C’è quindi un disperato bisogno di riscoprire la dimensione spirituale del bello, una bellezza che ci trascende ad un qualcosa di superiore, di sperare in un bene comune maggiore attraverso un vissuto etico; bei corpi e una bella vita in cui eros e agape possono coesistere armonicamente.

Sia Gilson che Guardini, entrambi citati in questi articoli, parlano sui difficili compiti per
gli artisti. Da un lato, essi sono chiamati alla responsabilità morale in modo da aiutare l’umanità ad elevare e trascendere se stessa (da qui i trascendentali) attraverso la creazione di splendide opere. La creatività artistica è al servizio di una forza positiva per l’umanità, in modo che possiamo sperare e non perdere la fiducia nel futuro. Tuttavia, Guardini riconosce la polarità che esiste tra quest’alta vocazione e le debolezze personali degli artisti che possono contaminare la loro espressività artistica. Egli li incoraggia ad accettare se stessi ed assumere questa sfida con serietà morale, che può richiedere il sacrificio e l’umiltà nel canalizzare la loro creazione artistica verso gli ideali più nobili.

Sotto questa prospettiva, il Concorso Arte Bioetica è stato un tentativo di mettere insieme
i mondi separati della bioetica e dell’arte. È stato uno sforzo notevole per gli artisti che possono utilizzare i loro talenti per parlare con gli spettatori sui valori che ispirano e contribuiscono al bene comune. Speriamo che questa iniziativa contribuirà a educare gli artisti e i loro spettatori sull’importanza dell’etica, e aiuti altresì i bioeticisti ad apprezzare l’arte come un mezzo importante d’impatto sulla cultura.

Infine, rimane la domanda sul rapporto tra Dio, la bellezza e l’etica. Si può fare etica o bioetica senza riferimento a Dio o senza riferimento alla legge naturale? Possiamo parlare del bene e del bello senza fare riferimento al Bene assoluto e al Bello assoluto? Secondo Bonaventura, Guardini, Gaudi e Balthazar, la vera arte richiede la fede e senza la fede, non si può avere la vera arte. Ciò non è facile da riconoscere oggi tra i circoli artistici, così come
è altrettanto difficile trovare il ruolo della teologia in etica.

Papa Benedetto ha ripetutamente suggerito la via pulchritudinis come la strada verso il recupero di significato in epoca moderna. In un’altra occasione, ha sottolineato il legame tra la bellezza e la verità che è di grande importanza per le riflessioni bioetiche, «la ragione che vorrebbe separarsi dalla bellezza sarebbe diminuita, come anche la bellezza priva di ragione si ridurrebbe a una maschera vuota e illusoria».

 Brevi biografiche:

 Joseph Tham is a Visiting Associate Professor, Sanford School of Public Policy, Duke University. Dr. Tham is a social sector economist with research interests in project appraisal, investment analysis, risk management and cash flow analysis, the economics of health and education, Dr. Tham has extensive experience on project appraisal and expenditure analysis covering financial, economic and distribution analysis as well as risk management.

RAGIONE e RAGIONI


Ragione ha Francesco, il Vescovo di Roma e il Metropolita di Buenos Aires, quando invoca l'Unità, unendosi con ciò alle preghiere di Bartolomeo I. Il tempo si è fermato quando l'Europa perdette Costantino l'ultimo Augusto dell'Impero Romano.
Dopo ciò vieti nazionalismi e cruente dispute anche religiose, all'insegna della disistima che nasceva dall'assenza dell'ideologia del bene comune all'interno della Res Publica delle Genti Cristiane.
Ora l'efficace istanza dell'UNECE che riconosce la necessità di ritrovarsi nelle aree intere devastate dalla storia, ivi incluse le vicende che hanno portato alla nascita delle c.d. "primavere" arabe.
Mi vien che ridere alla luce del dibattito della scelta imposta all'Ucraina fra CIS - Federazione Russa e Unione Europea: come diceva il grande De Gaulle, l'Europa è una dagli Urali all'Irlanda.
In un mondo finanziariamente aperto è ovvio che molti operatori siano ancora affascinati dal mito europeo dell'antico impero, nonostante che con la guerra del 1914 sia cessato definitivamente; infatti, vengono e comprano tutto quanto attenga allo stile cioè ad un certo modo d'essere.
Ma sul piano interno, le reciproche mancanze di fiducia e l'incapacità di uscire dalle proprie miserie continuano a confermare le non Utopie di Diocleziano e di Giustiniano.
L'Utopia del gioco, deve riprendere dal basso e in maniera non violenta, attraverso quella coesione successiva alla Rivoluzione Francese che fu rappresentata dalle società mutualistiche ma non per questo anticapitalistiche, solo diverse.
E se per caso una grande Banca, figlia delle società mutualistiche, radicata anche in Italia, nella città dell'amor cortese: Parma, di Bevilacqua, portatrice del bel canto e attenta osservatrice dello spartachismo berlinese, e, conservatrice insieme del culto dei sapori fisici e metafisici, divenisse portatrice di un nuovo modo di intendere il social business di Yunus, ma anche di Benedetto dell'ora et labora.
Ora come allora, occorre ricominciare dalle cellule cioè dagli antichi mestieri: detenuti o religiose, contadini e cuochi, sellai e vignaioli, porcai e sarti.
E se per caso una fondazione, partendo dall'esperienza svizzera di quel nonno che disponendo di due nipoti, diversamente abili ( Oleg Cassini ) creasse una città di diversamente abili, capaci di essere, gli uguali, capace di star in piedi da sola, con l'ausilio degli psicologi, dei tecnici, degli informatici e dei satelliti.
Certo, operare nel settore primario significa usare i satelliti meteo per conoscere in tempo utile della siccità e della piovosità per aree produttive e per le diverse colture e gli opportuni allevamenti, anche da ristallo, di ogni specie di fauna più o meno protetta; e poi, se per caso la citata nuova fondazione, capitalizzasse le nuove cooperative sociali con denaro e con consulenza partecipativa, creando una rete di coproduttori capaci di riassumere le fila di un sistema senza confini, senza dimenticare che dalla fibra di cotone si ottiene il vestito o la maglia o la lingeria, ma anche il pane.
E se per caso la federazione emiliano - romagnola, impostata sulla filosofia del "win-win" della Brunoriana memoria, esportasse il modello verso l'austriacante Tirolo, la Slovenia e la Croazia, la Baviera e lo Jutland, la Palestina e la Siria, il Fezzan e il Daghestan, l'Utopia, forse, potrebbe riaprire i confini dell'antico impero.
Forte la lezione che viene dalla Persia, la bomba totale non può essere fabbricata perché così e scritto nella SHARIA, e così prescritto per tutti i figli di Abramo. E, allora l'esperienza del kolchoz e del kibbutz, del sovkoz e del kombinat, hanno di nuovo un senso, e, la sinfonia"pastorale" può di nuovo risuonare, magari con Radu Lupu al piano come solista.
L'errore fu nell'aver eletto l'operaio e gli intellettuali a motori unici della Rivoluzione.
E' dalla coesione sociale nella pluralità corale delle singole attitudini, capacità e competenze che emerse la vitalità barocca del "Free style", quasi come l'antico Principe di Palagonia, antenato di Dacia Maraini, provvide nella propria casa a dotarsi di specchi deformanti: acchè chiunque a Lui si presentasse divenisse come Lui deforme o diversamente bello.
E' la società della corresponsabilità onnicratica che Nomadelfia tentò e che Olivetti disegnò; è il Bazar di Teheran che erede di Ciro il Grande, composto di eguali, determina la caduta dello Scià e richiama Khomeini, e leggendo il testo di Ratisbona da subito plauso al discorso di Benedetto XVI.
Allora, partendo dai detenuti di Marassi o di Fossombrone, dalle terre incolte di Latina e di Cosenza, la " Fondazione" promuova la mescolanza di arti e mestieri, di tecnalità e di soluzioni, ridando un senso alla fatica di Prometeo e alla ricerca di Teseo, senza per questo determinare la caducità di Egeo e di Epimeteo.
La domanda vera ritorna rileggendo i motivi della guerra di Troja, l'Elena di Paride era vera o era solo un ectoplasma, poiché quella vera, seconda Penelope attendeva Menelao, l'improbabile, in un'isola egiziana, in attesa della caduta di Ilio. Da qui la nemesi dei Dori vendicatori e la nascita di Roma.
E se per caso, una fondazione capace di unire arti, mestieri, e, assistenza tecnica e ricerca e sperimentazione e innovazione desse vita a una, cento, mille, un milione di cooperative sociali (come disse sul declinare della vita Ugo La Malfa, se fossi giovane: organizzerei i disoccupati), non emergerebbe l'"ECCE HOMO" di Sant'Antonio a Palermo.
Infine, occorre ricordarsi che la democrazia è un sistema astrattamente definibile, in termini di partecipazione. In effetti solo i Soviet (assemblee) erano un modello di carattere onnicratico reale, tangibile e concreto; basti pensare al modello elettorale di cui è dibattito, per capire quanto la democrazia possa divergere per esempio per effetto del semplice premio di maggioranza, come affermava il grande filosofo del diritto Vittorio Frosini.
Dal tempo della prima Roma, le tribù in Occidente sono state sostituite dalle lobbies, ma nel resto del mondo, permangono, immodificate. Che fare? Fra individui e appartenenze tribali di vario tipo e misura.
Le appartenenze sono identità e dignità nel processo di crescita del soggetto; occorre sposare la non violenza di Gandhi, se si vuole il dialogo e il social business come metodo economico, al fine che la pancia e il cuore ripudino il fondamentalismo di qualsiasi natura, esso sia laico o religioso, sapendo, peraltro, che ambedue i termini sono sinonimi dentro gli "universalismi" di turno e che le grandi migrazioni che viviamo, sono un modo per fuggire dalle tribù, salvo a ricrearle poi altrove.
Vincenzo Porcasi

Un Angelo di nome Anna


“Il Poeta assomiglia al principe dei nembi
Che abita la tempesta e ride dell'arciere;
 Ma esule sulla terra, al centro degli scherni,
Per le ali di gigante non riesce a camminare.”
                                                                                                                     
  Charles Boudelaire



Un Angelo di nome Anna

Restò seduta davanti al mare in tempesta senza lasciare che il vento potesse convincerla a lasciare la sua postazione, tormentandola con il suo ululato e il suo soffio gelato... . Osservava le evoluzioni di un grosso albatros che sciabolava le sue traiettorie di pesca sulla scia di una vecchia baleniera che stava prendendo il largo in direzione dei mari antartici. Il volo del grande diomedeide è come quello dell’anima del poeta, abita la tempesta, è re dei cieli, apre gli occhi sul Mondo con lo Spirito del Sovrano delle Nuvole, ma per le sue caratteristiche enormi ali, sulla Terra è goffo, pesante, stenta a decollare. Anna, sulla abituale pietra calcarea che stava a mo di sedile sull’argine della grande muraglia bianca della Cornovaglia, solitaria sentinella del suo animo da regina, ascoltava le correnti e valutava le evoluzioni dell’immenso uccello marino come fossero le effemeridi dei pianeti del sistema solare. Il viaggio attraverso il dolore che provava, nel fissare la tempesta in arrivo, veniva da lontano, molto lungo, buio, difficile e doloroso. Il mare sotto le sue macerie di madre e donna mandavano segnali bagnati al suo volto di pietra e lei e l’albatros stavano viaggiando nella stessa direzione. Rivedeva sullo schermo delle nubi la sua vita, senza più lacrime. Il ricordo è sempre vivo, non ci lascia mai soli. Quante volte in dieci anni, quante mattinate gelide d’inverno, quante sconfitte raccolte. Quanto vento nelle sue tasche. La morte di un figlio non è una malattia da cui si può guarire. Ti lascia senza cuore e senza polmoni. Non vedi, non senti, ma sei senza limiti, senza confini, senza relazioni umane. Sola con la tua libertà e ascolti il buio che si raccoglie dentro di te. Una voragine che inghiotte e che libera. Anna è un angelo. L’ultima riga di dolore muto si affaccia sul suo schermo inconscio, si fa largo nel profondo del suo spirito e la guida verso le ali dell’albatros. Fu così che Anna poté staccarsi dalla Terra e volare come un gabbiano reale.

Il guardiano del faro, il primo ad arrivare sul posto, si accese la pipa e scosse il capo vedendo arrancare sullo stretto corridoio di sabbia l’uccello. Un immenso albatros la vegliava, le ali aperte gli impedivano di spiccare il volo. Anna rideva …. Rideva … 
Lasciò, rispettosamente, che il mare portasse nel suo grembo i due angeli caduti e tornò, con tutte le sue rughe e i suoi occhi sempre più profondi, verso il suo destino. 

Qualche giorno dopo arrivarono dei pescatori e avvisarono la capitaneria di porto. Fecero una rapidissima inchiesta. Nessuno da avvisare o a cui comunicare il decesso della donna. Dissero che era andata via da casa da una settimana quando trovarono il suo corpo adagiato sull’arenile. Ma erano distratti, non raccolsero i dieci anni di vento e tempesta che le sue ali da albatros avevano meticolosamente sistemato e raccolto.

Ugo Arioti

mercoledì 15 gennaio 2014

Zygmunt Bauman - Appunti di Sociologia - Ugo Arioti


 Zygmunt Bauman – Appunti di Sociologia – Ugo Arioti

La letteratura e la sociologia contemporanee, che camminano a braccetto per i sentieri dell’attualità, sono disposte in una condizione ibrida che appare anche posticcia e acroma, al di là di una frattura che ha posto fine idealmente a una lunga storia di repressione, di morali coercitive e limitanti. Uno dei sociologi più influenti ai giorni nostri, Zygmunt Bauman, ha tracciato il passaggio epocale dal disagio della civiltà freudiano all’odierno disagio della libertà. La liberazione dalla sessualità “legale” a quella “liberalizzata” ha portato con se nuove condizioni di limite che non hanno riferimenti se non nell’inconscio animalesco dell’individuo, lasciato a se stesso, alla sua paura della vita e ai suoi limiti fisici gestiti da un sistema che divide in clan gli individui, provocando una recessione senza confini, all’indietro. Il problema del desiderio ai giorni nostri non sarebbe tanto lo scontro con un limite, un divieto, quanto invece una libertà indeterminata che rischia di tramutarsi in smarrimento, perdita di intensità e significato. Al sociologo Zygmunt Bauman si deve la particolare definizione di “modernità liquida”. Secondo Bauman nella società contemporanea si sono “liquefatti” i legami tra gli individui, legami sociali che tendono a dissiparsi, a disgregarsi e a diventare sempre più effimeri. Bauman pensa che il “processo di liquefazione” si attui in diversi ambiti della vita nella società contemporanea come ad esempio il lavoro, la comunità, l'individuo, come già detto i rapporti sociali, la libertà, le strutture sociali etc. Ritornando ai legami sociali e personali per Bauman la liquefazione produce un individuo afflitto dalla solitudine, egoista ed egocentrico, che vive in un tempo anche esso liquido, non solido come nelle società premoderne. Secondo Bauman stiamo vivendo una fase della modernità che cancella la fiducia, la compassione, la pietà e invece si assiste ad un gorgo di smarrimenti e stordimenti dove uomini e donne si scoprono immersi tra il vuoto esterno e lo svuotamento interiore. Non c'è “gabbia d'acciaio” che possa reggere contro la modernità liquida: essa ci pervade, è invasiva, penetrante e disintegra tutto ciò che tocca. L'uomo in questa modernità liquida è disorientato e spaesato di fronte alla miriade di messaggi che lo “colpiscono” ogni giorno. L'uomo si ritrova ad essere un “punto instabile” in un “universo di oggetti in movimento”. Inoltre l'incontro tra le persone nei luoghi pubblici è un incontro fra estranei: secondo Bauman l'incontro di individui in luoghi atti al consumo per esempio è un incontro tra persone che non si conoscono e non si conosceranno certo grazie all'incontro in quel luogo perché il consumo è un atto individuale. Inoltre egli evidenzia anche il fatto che ci siano dei non-luoghi come gli aeroporti dove il passaggio in questi luoghi non da ai luoghi stessi nessun senso.

 

Note biografiche:

Nato da genitori ebrei a Poznań, città in Polonia, nel 1925, Bauman fuggì nella zona di occupazione sovietica dopo che la Polonia fu invasa dalle truppe tedesche nel 1939 all'inizio della seconda guerra mondiale, e successivamente divenuto comunista si arruolò in una unità militare sovietica. Dopo la guerra, egli iniziò a studiare sociologia all'Università di Varsavia, dove insegnavano Stanislaw Ossowsky e Julian Hochfeld. Durante una permanenza alla London School of Economics, preparò la sua maggiore dissertazione sul socialismo britannico che fu pubblicata nel 1959.

Bauman collaborò con numerose riviste specializzate tra cui la popolare Socjologia na co dzien ("La Sociologia di tutti i giorni", del 1964), che raggiungeva un pubblico più vasto del circuito accademico. Inizialmente, egli rimase vicino al marxismo-leninismo ufficiale; si avvicinò in seguito ad Antonio Gramsci e Georg Simmel soprattutto dopo il 1956 e la destalinizzazione.

Nel marzo del 1968, la ripresa dell'antisemitismo, utilizzato anche nella lotta politica interna in Polonia, spinse molti ebrei polacchi a emigrare all'estero; tra questi, molti intellettuali distaccatisi dal regime. Bauman, che aveva perso la sua cattedra all'Università di Varsavia, fu uno di questi. Egli dapprima emigrò in Israele per andare a insegnare all'Università di Tel Aviv; successivamente accettò una cattedra di sociologia all'Università di Leeds, dove dal 1971 al 1990 è stato professore. Dal 1971 ha quasi sempre scritto in lingua inglese. Sul finire degli anni ottanta, si è guadagnato una fama internazionale grazie ai suoi studi riguardanti la connessione tra la cultura della modernità e il totalitarismo, in particolar modo sul nazismo e l'Olocausto. Ha assunto anche la nazionalità inglese.

 

martedì 14 gennaio 2014

Giuditta e Oloferne - Artemisia Gentileschi - riflessione critica di Ugo Arioti


Giuditta e Oloferne

 
 
Artemisia Gentileschi è una straordinaria pittrice del seicento che giustamente figura, per la sua sagace e forbita "pennellata" tra le allieve di scuola Caravaggesca. I suoi quadri, una grande produzione artistica di grande pregio, raccontano attraverso le storie bibliche e profane la sua vita di giovane donna che vive un ambiente maschile e che ne viene travolta in tutti i sensi. Bene e Male sono trattati e figurati con gli occhi di chi è stata tradita dalla vita e ha dovuto subire l'oltraggio più blasfemo e turpe per una donna. Il quadro che più rappresenta questa sua voglia di rivincita è per chi vi scrive, senza dubbio, Giuditta e Oloferne, che colpisce per l'elevata dose di violenza che lo contraddistingue, per l'immediatezza dei soggetti raffigurati, per il gusto teatrale tipicamente barocco e per la sapienza con la quale vengono impiegati i colori, una sapienza già messa in evidenza dal suo mentore e “amante”, Roberto Longhi, in un suo famoso saggio del 1916: Gentileschi padre e figlia.

Come l’arte è trasfigurazione del Pensiero
e dell’Intelligenza umana!

La freddezza e l'impassibilità di Giuditta, il suo sforzo nel tenere ferma la testa di Oloferne, il generale che, a sua volta, tenta di respingere la serva che aiuta la protagonista a decapitare il nemico; il tema era già stato affrontato, con la stessa veemenza, da Caravaggio, ma la tela proposta da Artemisia Gentileschi assume anche una connotazione autobiografica. In questa tela c'è la pittrice che ha subito una violenza e che non paga della Giustizia Umana vuole che il suo stupratore, un amico di famiglia che approfitta dell'ambiente comune di lavoro per dar sfogo alla sua voglia  di animale senza "padrone", abbia una punizione che la purifichi e le ridia la sua giovinezza violata. Non vuole sporcarsi del sangue del gigantesco OLOFERNE ( dal libro di Giuditta - Antico testamento- Oloferne è il generale mandato da Nabucodonosor, Re degli Assiri, per sottomettere i ribelli Giudei e trova morte per mano dell'eroina giudea, già provata dal dolore per la morte del marito, ma pronta a sacrificarsi per la salvezza del suo popolo; Giuditta ( in ebraico La Giudea)  dopo aver fatto ubriacare di lei e di vino il generale, gli sottrae la scimitarra e invocando Dio con due colpi netti gli taglia la testa. Questo fatto di sangue, la decapitazione del Capo, getta lo scompiglio nel campo avversario che viene ad essere privato del suo condottiero... e, scompostamente frastornato lascia l’assedio per far ritorno a casa).
 
 
Caravaggio aveva ritratto Giuditta raccontando di lei il suo ribrezzo e la necessità dell'atto brutale, le mette vicino una vecchia serva, la saggezza che suggerisce l'atto, e un Oloferne decisamente meno giovane e bello di quello ritratto da Artemisia. La pittrice, invece, ritrae un gigantesco Oloferne, giovane e bello, quasi attraente animalescamente, e la serva diventa una giovane complice della Giustizia che lei cerca per se, ma non solo per se. La cerca per tutte le donne che devono nascondersi dietro gli uomini piuttosto che avere i mezzi e l’autonomia per competere ad armi pari. 

E' una forma di Femminismo ante litteram!

Ugo Arioti

L'angolo del "buon umore" von Zaratustrasprache!



“And homeless near a thousand homes I stood,
And near a thousand tables pined and wanted food.”

William Wordsworth

1 year ago Reblog

“If Americans ever allow banks to control the issue of their currency, first by

inflation and then by deflation, the banks will deprive the people of all

property until their children will wake up homeless”

Thomas Jefferson