"Con la scusa
del terrorismo ci tolgono i diritti"
Stefano Rodotà denuncia la deriva europea
Francia
e Spagna hanno appena approvato due leggi che limitano la libertà di
espressione e autorizzano la vigilanza di massa, mentre il caso Nsa continua a
scatenare polemiche. Parla il giurista e già garante della privacy. Che punta
il dito contro la politica
di Antonio Rossano
E’ dal giugno del
2013, quando Il The
Washington Post ed il The Guardian pubblicarono
le rivelazioni di Edward Snowden sulle attività di intercettazione e
sorveglianza a tappeto messe in atto dalla Nsa, che il termine
"sorveglianza di massa" è entrato nella discussione pubblica e nella
consapevolezza collettiva.
Se da un lato è proprio di
questi ultimi giorni la notizia che una Corte
Federale di New York ha dichiarato "illegali" queste attività di
sorveglianza, dall’altro, proprio in Europa, dopo gli attentati terroristici di
Parigi, i governi di Francia e Spagna, sostenuti dai rispettivi parlamenti,
hanno avviato un’attività di legiferazione mirata a censurare la libertà di
espressione e ad attivare meccanismi giuridici e tecnologici volti a
controllare massivamente i cittadini e le loro comunicazioni.
Con grave pericolo
per la democrazia di quei paesi. Ma anche con il timore che quella che sta
diventando una vera e propria deriva autoritaria, possa espandersi ad altri
paesi del vecchio continente o comunque minarne l’integrità e la fragile unità
istituzionale.
Per Stefano Rodotà
è un momento di importante verifica della tenuta delle istituzioni ed
ordinamenti europei da cui potrebbe nascere, sul piano della democrazia,
un’Europa a due velocità.
Professor
Rodotà, in Francia e Spagna la democrazia e la libertà di espressione sembrano
a rischio. Cosa sta accadendo nel cuore dell’Europa?
Sta accadendo, e
non è la prima volta, che utilizzando come argomento, o meglio, come pretesto,
fatti riguardanti il terrorismo o la criminalità organizzata si dice
"l'unico modo per tutelare la sicurezza è quello di diminuire le garanzie
e di aumentare le possibilità di controllo che le tecnologie rendono sempre più
possibile".
E questo è sempre
avvenuto, è avvenuto in particolare dopo l’11 settembre, vicenda che ho vissuto
in prima persona perché all’epoca presiedevo i garanti europei e ho avuto una
serie di contatti continui con gli Stati Uniti che chiedevano un’infinità di
informazioni da parte dell’Europa, cui abbiamo in parte resistito.
Questa volta si
tratta di una spinta molto interna. Però mi consenta di fare una notazione
perché in questi anni si è parlato infinite volte di "morte della
privacy": questa è una vecchia storia, perché già negli anni ’90
l’amministratore delegato di Sun Microsistems Scott McNealy diceva , riferendosi alla potenza della tecnologia: "Voi
avete zero privacy, rassegnatevi". La verità è che il rischio non viene
dalla tecnologia, viene dalla politica, dalla pretesa di una politica
autoritaria di usare tutte le occasioni per poter aumentare il controllo sui
cittadini. Controllo di massa, non controllo mirato. Politica in senso lato.
Perché sono i governi, le agenzie governative di sicurezza che in questo modo
cercano di impadronirsi della maggior quantità di potere possibile.
C’è un
"pericolo democrazia"?
Questo momento
rappresenta un passaggio istituzionale importante, vi è una prepotenza
governativa, rispetto alla quale i parlamenti non se la sentono di resistere:
tanto in Spagna quanto in Francia, in sostanza c’è una accettazione sia della
maggioranza che dell’opposizione. In Francia addirittura l’ iniziativa
è di un governo socialista, anche se sappiamo chi è Manuel Valls e perché è
stato scelto. Tutto questo sta spostando l’attenzione e le garanzie nella
direzione degli organismi di controllo giurisdizionali, cioè gli organismi che
vegliano sulla legittimità di queste leggi dal punto di vista del rispetto
delle garanzie costituzionali. Che sono le Corti Costituzionali in Europa e
negli Stati Uniti le Corti Federali.
Non vorrei che si dicesse "Eh cari miei voi la privacy l’avete già perduta
perché la tecnologia in ogni momento vi segue e vi controlla", perché la
verità è che l’attentato ai diritti fondamentali legati alle informazioni viene
dalla politica e questo è il punto. Non è la tecnologia.
La motivazione che viene proposta dai governi è sempre di voler individuare
i criminali, non spiare i cittadini e con la tecnologia è possibile farlo …
Non tutto ciò che è tecnologicamente possibile è politicamente ammissibile e
giuridicamente accettabile. C’è un momento in cui la politica si deve assumere
le sue responsabilità e non può dire "ma la tecnologia già rende
disponibile tutto questo".
La legge spagnola e la legge francese mettono radicalmente in discussione la
libertà di manifestazione del pensiero. Finora commettere un reato nell’accesso
ad un sito era previsto solo per la pedopornografia. Adesso in Spagna è
previsto "l’indottrinamento passivo": il semplice fatto che io vada
su un certo sito può essere reato.
D’altro canto, nella norma francese in discussione si è introdotta la
possibilità di mettere in rete strumenti che consentono di seguire
continuamente l’attività delle persone. Nella legge francese si usa addirittura
l’espressione "boîtes noires" per definire dei congegni che riducono
le persone ad oggetti, utilizzando un apparato tecnologico per verificarne
minuto per minuto, il comportamento. E qui c’è una trasformazione stessa del
senso della persona, della sua autonomia, del suo vivere libero. La Germania ha
stabilito che non è possibile farlo, esiste una privacy dell’apparato
tecnologico che si utilizza, estendendo l’idea di privacy dalla persona alla
strumentazione di cui si serve.
Inoltre, relativamente alla possibilità di entrare all’interno dell’apparato
tecnologico dell’utente, che è una delle ipotesi al vaglio del legislatore, la
Corte costituzionale tedesca recentemente ed ancor più recentemente la Corte
Suprema degli Stati Uniti hanno affermato che non è legittimo.
Se la Francia porta avanti questa discussione e la Germania resta ferma sui principi
enunciati dalla sua Corte Costituzionale allora avremo nuovamente un’Europa a
due velocità, dove i cittadini francesi perdono velocità, perdendo diritti.
Ma ormai forniamo, consapevolmente o meno, i nostri dati ovunque, in rete.
Non è già andata perduta la nostra privacy?
Io so che se uso la carta di credito in quel momento sono localizzato, viene
individuato che tipo di transazione viene effettuata e quindi si sa qualcosa
sui miei gusti, sulle mie disponibilità finanziarie e così via. Però questo argomento
non giustifica il fatto che poi, la conseguenziale raccolta delle informazioni
implichi che chiunque se ne possa impadronire impunemente. Anzi il problema di
uno stato democratico è quello di rendere compatibile la tecnologia con la
democrazia. È questo il punto. Uno stato che dice di voler mantenere il suo
carattere democratico non dice "visto che ho una tecnologia disponibile la
uso in ogni caso".
Il problema ulteriore è che si sta determinando un’alleanza di fatto tra
soggetti che trattano i dati per ragioni economiche e agenzie di sicurezza che
li trattano per finalità di controllo. Perché, dopo l’11 settembre in
particolare, l’accesso ai dati raccolti dalle grandi società da parte dei
servizi di intelligence c’era e c’è stato solo l’accenno a qualche timida
reazione, ad esempio, da parte di Google. Sappiamo che in quel momento si
sedettero allo stesso tavolo gli "Over the Top" (intendendo con
questo termine le grandi multinazionali dell’ICT - ndr) ed i responsabili delle
agenzie di sicurezza.
Ma
oltre la questione giuridica vi è la necessità di una maggiore consapevolezza
degli utenti, che si rendano conto anche di cosa accade, di come sono gestiti i
propri dati che capiscano l’uso che ne viene fatto …
Assolutamente d’accordo. C’è un grande problema culturale. È un problema che
investe il sistema dell’istruzione ed il sistema dei media. Molte delle
sentenze che ho citato, infatti, provengono da richieste di semplici cittadini
o di associazioni che hanno portato davanti alle corti questi comportamenti.
Quindi non c’è dubbio che oggi il problema, in largo senso, della
"consapevolezza civile" è un problema fondamentale.
I cittadini non sanno ad esempio, che possono rivolgersi persino al ministero
dell’Interno per sapere se vi sono trattamenti in corso sul proprio conto.
Addirittura in Italia, tramite il Garante, il cittadino in alcuni casi può
accedere ai dati trattati dai servizi di intelligence che lo riguardano.