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venerdì 10 giugno 2022

La “Società del superfluo” di Ugo Arioti

 

La “Società del superfluo”


I Gruppi di Potere delle società in cui viviamo oggi usano il progresso per far regredire la popolazione mondiale, e non pensano, nemmeno minimamente, a far fronte alla fame, alle carestie e alle sacche di arretratezza agroalimentare del Mondo (per queste “facezie” delegano organismi pesanti e astrusi – le chiamano organizzazioni mondiali – che solo per muoversi hanno bisogno di miliardi di dollari), figuriamoci poi pensare alla salvaguardia della Natura e del Pianeta che, bontà sua, ci ospita.

Il tecnicismo e la burocrazia inutile hanno sostituito le amministrazioni del territorio eco sostenibili e culturalmente avanzate!

In Italia, per fare un esempio, hanno scardinato i principi “antiquati” della scuola italiana del Gentile e di Benedetto Croce, che, pur con tutte le possibili e necessarie correzioni, si basava sulla capacità di essere prima uomini, prima che specialisti di un ramo tecnico. Perché, se hai un bagaglio culturale umanistico sei in grado di sviluppare le tue qualità in ogni direzione.

Chi siede nelle poltrone del potere vuole che anche un perfetto animale, ignorante di qualsiasi filosofia umana, possa diventare un astrofisico o un ingegnere nucleare, finalmente e naturalmente assoggettato a una dottrina del fare che non contempla la ricerca dell’utilità umana per quello che si fa.

Eppure, un certo Einstein, scienziato ironico e umano, uno che suonava il violino e immaginava l’Universo con il suo cuore e con la sua mente ci aveva messo sull’avviso. Non abbiamo mai ascoltato, e molti cittadini delle moderne democrazie se interrogati per strada forse nemmeno sanno, a parte quelli che seguono le pubblicità televisive, chi era Einstein e quale fu il suo destino per l’Umanità tutta!

Così, aumentano le speculazioni, l’inflazione, la vendita di armi, le guerre, le distruzioni, tanto poi c’è la fessa di turno, tipo Ursula, che va in giro dicendo che ricostruiremo il mondo col modello delle industrie tedesche e americane, ma senza avere un minimo scrupolo nel cercare di fermare un conflitto che bussa alla porta, anzi.

E in questo tipo di società la mafia, la massoneria deviata e i potentati economici, costruiscono i loro imperi con la corruzione, l’inganno e gli assassini. La cifra di questo “nuovo mondo” è l’apparenza e l’apparire! Se ci sei, anche in un solo diaframma televisivo, allora esisti. Se non hai questa fortuna, ci sono i social, strumenti di controllo e di manipolazione, elargiti per farti sfogare senza danno al sistema. Tutto per togliere lo “SPAZIO CRITICO”, dove il pensiero libero è creativo e può nuocere ai Draghi e ai loro amici!

Così, declassificata la scuola e commercializzata l’Arte, fino ad essere solo un decoro delle città dei potenti e dei poveri, finta democrazia, hanno creato il pensiero debole (in buona sostanza. Stai sempre allineato e coperto e non prendere spifferi e correnti, altrimenti ti inventiamo una bella pandemia e ti teniamo fermo fino a quando ci fa comodo).

Ecco, questa è la “Società del superfluo”.

Vi state chiedendo: come funziona questa Società? Semplice, creando posti inutili in amministrazioni, imprese e nell’intrapresa sociale ed economica. Insomma, saturando il mercato del lavoro con sottosistemi lavorativi che non hanno alcun bisogno di essere strutturati e di avere infrastrutture logistiche: i Col Center e i portavoce del tale amministratore, politico, impresario, commerciante, ufficio postale.

Allora immaginiamo la storia contemporanea e gli avvenimenti della cronaca visti da una ragazza che per 300 euro al mese, spende la sua voce per adescare nuovi clienti, o del pubblicista che non capisce niente di quello che si fa nella fabbrica in cui lui riveste il ruolo di spiker del capo, cioè è costretto a dire quello che non capisce e che in alcuni casi è sgradevole e indicibile, ma siccome lo sta dicendo lui e non il suo capo può essere sempre smentito. Come chiamarli questi lavori: filtri?

Ecco, la nostra società non vede di buon occhio i liberi pensatori, ma è costretta ogni giorno a combattere contro i “FILTRI” che non hanno alcun potere informativo o decisionale e servono solo a far perdere tempo e denaro ai cittadini che vengono vessati da una burocrazia cieca e inutile, che produce solo norme sterili e inefficaci.


martedì 21 aprile 2015

Ascoltando il rumore della solitudine - Spettacoli a Palermo

 
Prova riuscita la rilettura di "Una solitudine troppo rumorosa" nella versione teatrale in scena al Musco fino al 26, per il cartellone dello Stabile, nella riduzione di Filippo Arriva e con la firma registica di Francesco Randazzo.
Sulla scena Stefano Onofri nel ruolo di Hanta, l'uomo che ama i libri che distrugge. Con lui Vitalba Andrea, Plinio Milazzo, Luca Iacono, Ludovica Calabrese, Pietro Casano, Marta Ciriello, Lorenza Denaro, Luciano Fioretto, Valeria La Bua, tutti bravi nella colorazione mimica e prossemica.  Le scene e i costumi sono di Dora Argento, le musiche di Mario Modestini, le luci di Franco Buzzanca.
Hanta è celebrato come un eroe solitario che combatte contro l'inevitabile modernità che tutto livella, una specie di Don Chisciotte dei libri e della carta che combatte contro il nuovo prima di gettarsi anche lui nella pressa; nel magazzino sottoterra dove lavora, rivive come in un sogno tutti gli eventi della propria esistenza con note di nostalgia e di malinconia, parla con i libri che macina e con i grandi del passato, metafora tagliente e riuscita sul destino del libro nella società di massa. Il testo funziona e riproduce l'intrinseca teatralità del libro. Punta sulla parola, ma anche sull'evento scenico spettacolare.
Nunzia Scalzo (Repubblica-Palermo)

mercoledì 25 marzo 2015

IL TEATRO SOCIALE TRA VERITÀ, RAPPRESENTAZIONE ED ETICA


 

ALESSANDRO PONTREMOLI

IL TEATRO SOCIALE TRA VERITÀ, RAPPRESENTAZIONE ED ETICA

 

C’è una profonda differenza tra il teatro che la tradizione occidentale ha identificato come oggetto artistico, e che ci ha consegnato come unico modello possibile della scena, e le sempre più numerose esperienze di quel fenomeno che è venuto via via definendosi, soprattutto all’interno degli studi teatrologici, come teatro sociale. In più occasioni l’ormai ampia letteratura sull’argomento ha affrontato questo nodo, ma a mio parere non tutti gli aspetti implicati in tale distinguo, che è teorico e metodologico anzitutto, ma che ha ricadute notevoli sulla possibile comprensione dei fenomeni stessi e sulla loro configurazione, sono stati ancora chiariti. Senza la pretesa di affrontare con sistematicità e completezza la questione, che nel contesto di questo contributo non sarebbe opportuna, mi sembra tuttavia importante almeno impostare i dati del problema, da un lato per innescare una proficua discussione, dall’altro per inaugurare una riflessione che possa avere in seguito, in altri ambiti, con maggior agio, un adeguato sviluppo. Nella nostra ricognizione teorica ci avvarremo della riflessione fenomenologica, così come è stata riproposta da alcuni pensatori contemporanei: fra gli altri Maurice Merleau-Ponty, Michel Henry, Jean-Luc Marion. Il teatro, inteso come una delle arti, va collocato entro le coordinate della più ampia problematica della verità come rappresentazione (della adaequatio, cioè, fra persona e realtà). Si tratta di un processo conoscitivo che sottende una precisa visione, secondo la quale la libertà umana viene decisamente sacrificata: se la realtà del mondo può essere

dominata dall’uomo solo seguendo le regole della rappresentazione, l’esito di questa azione epistemica è l’estraneità del mondo al soggetto e del soggetto a se stesso. La logica formale implicata dalla rappresentazione, riprodotta nel teatro come messa in scena registica di un testo, di personaggi e di un microcosmo mimetico del mondo, è ancora quella dell’ideale dell’oggettivismo metafisico, che nel tentativo di valorizzare la soggettività, di fatto, nella riduzione antropologica propria della modernità, la aliena, perché assolutizza il processo formale del metodo e comprime la ricchezza dell’esperienza, che diviene così estranea al dinamismo conoscitivo della verità. Sulla scorta di J.-L. Marion, la Verità è attingibile piuttosto come riconoscimento del dato che, vale a dire di una fenomenalità come donazione, indefinibile, continuamente eccedente, incomprensibile, soprattutto nel caso del fenomeno saturo. La determinazione più originaria del fenomeno è la sua donazione, che è sempre al di là della spiegazione e della soggettività trascendentale: la donazione  va infatti messa in relazione con la ricezione, prima e oltre ogni sua definizione. In altre parole: ciò che si dona implica anzitutto che lo si riceva. Ciò porta al superamento dell’istanza che spinge alla ricerca dell’unità di senso dell’oggetto a partire da una soggettività costituente. Il rapporto fra soggetto e oggetto si spiega, per Marion, con una relazione di inclusione della libertà del soggetto e della sua autonomia nella donazione della fenomenalità. Analogamente Merleau-Ponty parla dell’essere selvaggio come esperienza di inclusione di essere e non essere, in cui da sempre la persona è implicata nei termini della partecipazione. Al di sotto dell’opposizione coscienza-oggetto sta la dimensione primordiale della carne, trama unica che implica un sapere le cose  in maniera diversa, attraverso lo stupore come nuova idea di ragione connessa alla corporeità; cerniera, inserzione, comunicazione col mondo da cui partire e tornare per cogliere i diversi strati dell’Essere. Tutto lo spettacolo occidentale, nelle sue forme consolidate della cosiddetta prosa e del balletto, in altri termini il teatro incentrato sulla parola e la danza tutta ostensione corporea, non sono unicamente il frutto, come è stato ampiamente ribadito dagli studi degli ultimi trent’anni, degli steccati istituiti dalle dicotomie del pensiero platonico, via via cristallizzate dalla poetica aristotelica e dalla sua ripresa nell’episteme rinascimentale. Alla base di un teatro che istituisce le sue forme e basa il suo statuto sul principio della delega, rinunciando progressivamente alle sue prerogative di partecipazione rituale e di efficacia palingenetica, sta proprio  e inaspettatamente  il concetto di rappresentazione, meccanismo della conoscenza che, a partire da una presenza, permette la possibilità di una sua costante ripresentazione e duplicazione tautologica. A ben vedere è qui in azione una metafisica della presenza, fonte delle rischiose divisioni contro le quali gran parte del pensiero e molta della produzione artistica del Novecento si sono scagliati. È, insomma, il teatro della prepotenza e della separatezza, che abita i teatri stabili, sontuosi palazzi in cui la tirannide dei pochi soggioga e schiaccia ogni tentativo dei molti di risollevare la testa e di realizzare il proprio desiderio di occupare la scena. Ad un teatro come rappresentazione della presenza, il teatro sociale oppone una corporeità come scrittura, geroglifico: una carne come consegna dell’Essere, condizione di possibilità dell’apparire fenomenico, quella stessa che J.-L. Marion definisce una donazione. L’espressione consegna dell’Essere  va intesa nei suoi molti sensi e nella duplicità oggettiva e soggettiva del genitivo: la condizione del soggetto è infatti quella dell’affezione, della passività radicale, di un essere affetto da.  Attore/ricettore della consegna, nella stessa misura e nello stesso modo di ogni fenomeno, l’uomo  sa che nella sua carne l’Essere gli è consegnato, donato, nei termini di un marchio indelebile, che spesso assume la determinazione del peso della sopportazione e dell’angoscia, soprattutto perché diviene compito inderogabile di essere. Ma questo essere segnati con, essere segno comune è anche apertura di prospettiva comunitaria, profezia della possibilità di condividere consapevolmente il peso della consegna  stessa. La consegna dell’Essere è infatti compito attivo della vita, possibilità di trasmissione in molti modi e da tutti i punti di vista, anche e soprattutto trasmissione dell’incarnazione. Ricominciare a trasmettere attraverso di sé e nelle forme proprie della creatività umana è speranza di una riattivazione della tradizione.

Tradere  l’Essere, in termini non kenotici, nella consapevolezza dell’inevitabile minaccia di

tradirlo, è l’esito della consegna, soprattutto in una società come la nostra che sembra piuttosto destinata all’accumulo, alla sterile archiviazione e alla soluzione di continuità fra cultura e sua trasmissibilità, finendo con l’interrompere il fecondo atto vivente della tradizione.

Il corpo come geroglifico vivente, sulla scena di quello che mi piace definire come un nuovo

teatro della consegna, è segno, ma differente dall’Essere cui rinvia o di cui sta occupando il posto. Uno scarto incolmabile inerisce la traccia  che noi siamo, il continuo rinvio, il rimando che ci costituisce, che mentre segna una distanza nel contempo, in quanto traccia, in quanto indice di un’assenza, rivela la consegna, il destino di segno/parola che ci accompagna, e in cui è adombrata la Verità dell’Essere.

Pienezza non come altro  e altrove, ma proprio come quel corpo lì e ora, sulla scena teatrale; e non come doppio di una presunta realtà di riferimento, che per conoscere dovremmo in qualche modo adeguare o rappresentare, ma come luogo protetto in cui vivere per imparare a vivere. Proprio per tale motivo il teatro sociale si colloca sul versante della vita, nei suoi risvolti di concretezza pratica, nel contesto dell’azione che caratterizza il fluire delle nostre esistenze, chiamate, nel nostro tempo, a decidere sempre più rapidamente, in contesti di conflitto e di contraddizione, fra norma universale e contingenza locale.

Per comprendere i risvolti etici del teatro sociale è di grande aiuto il riferimento alla filosofia pratica di Paul Ricoeur, soprattutto quando entra nel merito dei rapporti sociali e delle relazioni interpersonali. Al proposito sono di particolare interesse i con-cetti di costituzione dell’alterità e della soggettività; del riconoscimento; della connessione fra saggezza pratica e giustificazione morale. Attraverso il teatro, si tratta di definire un orizzonte che è quello di una pratica dentro il mondo, analizzata al suo orientamento; all’autocomprensione dell’uomo; si tratta di un attraversamento di tutta l’esperienza, per trovare ciò che la costituisce mentre essa si fa, per rintracciarne il senso, ma nella sua concretezza, per cogliere, nell’immanenza del suo darsi, l’essere come potenza. La sintesi dell’esperienza trova così la sua luce nella pratica. L’esperienza è sempre data e dentro questa datità il soggetto è già calato. Ma la comprensione dell’esperienza è un itinerario che approda all’azione, alla  performance  come messa in comune e in circolo, come presa di senso per sé e gli altri. La soggettività si costituisce attraverso una presa di coscienza, un ritornare a sé.

L’alterità è costitutiva della soggettività e ciò è visibile e si rivela nella dialettica del riconoscimento (dialettica dello sguardo):

 Non appena vediamo altri vedenti […] per la prima volta il vedente che io sono mi è veramente visibile, per la prima volta io mi appaio rivoltato fino in fondo sotto i miei propri occhi. Per la prima volta, inoltre, i miei movimenti non vanno più verso le cose da vedere, da toccare, o verso il mio corpo, intento a vederle e a toccarle, ma si rivolgono al corpo in generale e per se stesso (sia poi il mio o quello altrui), poiché per la prima volta, grazie all’altro corpo, io vedo che, nel suo accoppiamento con la carne del mondo, il corpo apporta  più di quanto riceva, aggiungendo al mondo che io vedo il tesoro necessario di ciò che esso stesso vede. Per la prima volta il corpo non si accoppia più al mondo, si stringe ad un altro corpo, applicandovisi accuratamente con tutta la sua estensione […] affascinato dall’unica occupazione di fluttuare nell’Essere con un’altra vita, di divenire l’esterno del suo interno e l’interno del suo esterno.

La stessa dimensione tragica dell’esistenza, data dalla contraddizione cogente fra le alternative di pensiero e le azioni morali, fra la ragione e la presenza del male che la ragione non comprende ma può solo descrivere nella sua tragica presa d’atto, non si risolve in termini teorici. Di questa contraddizione è possibile solo un’empirica e non un’eidetica.

Nell’uomo, possibilità e libertà implicano responsabilità. Nella possibilità del male, l’uomo ha in sé una vulnerabilità costitutiva che lo può portare all’impotenza. È solo nella pratica, nell’azione, nella

 performance del teatro, che è esperienza del come se e accettazione pratica della propria condizione di traccia di verità , che i conflitti trovano una composizione. Si tratta della sintesi pratica e non speculativa dell’esperienza.

Il soggetto è aiutato, nel fare teatro, a comprendere che può decifrarsi nelle sue opere, nei suoi atti e nelle sue parole, che sfuggono spesso alla sua intenzionalità e, in quanto scrittura leggibile nei contesti sociali secondo codici a volte inconsci, alienano i soggetti dalle loro istanze  patiche, da quella presa  patica  di sé di cui parla M. Henry che coincide con la vita. Le risorse creative del soggetto, che è un essere simbolico, gli permettono un’attività interpretativa feconda per il superamento delle conflittualità. Nell’agire simbolico del teatro, l’attività metaforica del linguaggio e del corpo illumina l’opposizione fra sentire sensoriale ed espressione linguistica. La metafora si fa punto intermedio fra la percezione viva del reale e la sua dizione linguistica, producendo mobilità semantica. In altre parole, il linguaggio del teatro dei corpi viventi sulla scena riesce a dire la realtà attraverso la sintesi metaforica, che genera sempre innovazione di senso: la sintesi dell’eterogeneo permette la penetrazione intelligibile del reale. La funzione mimetica del teatro non è pura imitazione o metafisica rappresentazione, ma metafora viva che  porta alla luce la struttura temporale dell’agire: il teatro si fa così fonte di cambiamento, di trasformazione e di innovazione. L’esempio più evidente di questo processo è il meccanismo della narrazione, spesso usato nelle azioni di teatro sociale. La scissione del soggetto si risolve nella riconfigurazione narrativa applicata dalla persona alla propria storia. È lo stesso percorso che il soggetto compie all’interno dell’avventura ermeneutica dell’esperienza, quando il racconto dell’evento o dell’occorrenza percettiva, passata al vaglio della memoria, dell’emozione e della ragione, diventa forma condivisibile e per ciò stesso luogo della messa in comune del senso. L’identità narrativa, di cui parla Ricoeur, lungi dal cadere nell’errore di mettere in risalto l’esigenza di ricercare ciò che costituisce l’unità del senso dell’oggetto e di fondare questa unità nella soggettività costituente, è un’identità mobile e relazionale, in cui il rapporto soggetto/oggetto è in realtà un’inclusione delle prerogative di autonomia dei soggetti nella stessa donazione dei fenomeni, vale a dire in quella

consegna dell’Essere di cui si parlava all’esordio di questi ragionamenti.

A tal proposito, il concetto di rappresentazione può tornare, a questo punto, con una connotazione meno invasiva, rispetto alle pretese della metafisica della presenza: su un piano di saggezza pratica, la rappresentazione gioca un ruolo di mediazione simbolica nei confronti delle pratiche sociali, quando queste ultime sono finalizzate all’instaurazione di legami sociali o a costruire identità collettive e appartenenze. Le diverse identità narrative, che il teatro sociale avvia sulla strada dello scambio simbolico, procedono alla costruzione di comunità, quando si scoprono in tensione ver-so la medesima istanza di vita buona: il rapporto con l’altro contiene come costitutivo la stima di sé. L’altro è infatti portatore e portato della stessa consegna/donazione, è carne della medesima

 presa patica  della vita, è condizione veritativa dell’essere traccia che io sono. La ritrovata dimensione comunitaria, come identità condivisa, aperta e partecipata,innesca processi di azione, guidati da quella che Ricoeur chiama una  saggezza pratica.

È grazie ad essa che il conflitto tragico fra i casi particolari dell’agire umano e la più generale esigenza normativa trova una sintesi: l’applicazione circostanziata della norma,se guidata dall’intento morale di non contraddirla o dismetterla, non è lassismo o dero-ga, ma capacità di giudizio che sa cogliere l’universale senza trascurare la circostanza particolare, che è poi la condizione esistenziale di ogni vivente.

Il campo delle pratiche sociali, che la comunità come identità collettiva genera-ta dal teatro produce al suo interno, riconferisce importanza al principale agente del cambiamento, che è la capacità collettiva di agire instaurando nuovi e ulteriori legami sociali di natura ricostruttiva, in grado di rispondere al desiderio inappagabile di tutti gli uomini, di essere riconosciuti e di appartenere.

 

lunedì 18 novembre 2013

Travaglio: "Palermo? Credo che esiga la verità sulla mafia"



Travaglio: "Palermo? Credo che esiga
la verità sulla mafia"
(da: repubblica.it)

Il giornalista porta al Golden di Palermo il suo recital in cui racconta la trattativa, le stragi, la città che cambia

di ENRICO BELLAVIA

La logica, è sufficiente quella, a sentire Marco Travaglio. Basta e avanza a spiegare il ventennio contrassegnato dal vizio d'origine della trattativa tra Stato e mafia, il patto che mise fine alle bombe del '92 e del '93 e preparò una nuova stagione di convivenza pacifica tra Cosa nostra e chi doveva contrastarla. Travaglio viene a Palermo, qui dove tutto è cominciato, a raccontare questo tempo con il suo "E' stato la mafia", insieme a Isabella Ferrari, stasera sul palcodel Golden.

Obietteranno che è presto, bisogna aspettare le sentenze.
"Di sentenze ce ne sono già un paio: che la trattativa è esistita è un dato di fatto, chi ne siano i responsabili è acclarato. Se sia un reato è materia per giudici. Altro che presto, è tardi".

La trattativa, dice chi l'ha ammessa, obbediva a una nobile ragion di Stato: evitare altro sangue.
"Chi trattava aveva le mani insanguinate, il tritolo era già esploso. Fu una resa, non un negoziato. I protagonisti dubito che andranno in galera e non mi interessa. Basterebbe che venissero fuori a spiegare che quel che hanno fatto lo hanno fatto a fin di bene e che sia la gente a decidere. Io credo che la verità li marchierebbe di infamia nei libri di storia".

La trattativa per Riina era il fine delle bombe, per quella parte dello Stato che scese a patti, fu la conseguenza. Tutto qui?
"Io parto dal summit dell'Ennese del 1991, quando dentro Cosa nostra si iniziò a parlare delle stragi e di secessione. Di quelle deliberazioni filtrò più di una notizia, ci furono allarmi e obliqui messaggi. Segno che quella fu una decisione partecipata e condivisa. Qualcuno disse a Riina: vai avanti".

Ma poi, nel 1993, Riina fu catturato. Il patto fu tradito?
"La stagione delle stragi si concluse nel '94, Cosa nostra tornò all'antico ma chi doveva pagare le cambiali continuò a farlo".

Riina fu sacrificato in nome della ragion di mafia?
"In qualche modo sì. Ma io me lo immagino dentro la sua cella a spuntare il papello ogni qual volta il Parlamento ha dato corso alle sue richieste. Così come Vito Ciancimino, quando non è servito più, è stato potato, ma non dimentichiamo che della strage di via d'Amelio e della responsabilità dei Graviano non sapevamo nulla".

Tutto il piano ebbe un suggeritore?
"Fu un piano con numerosi soggetti in campo insieme con Cosa nostra che poi si sono prodigati per depistare e tenere sepolti i segreti, pagando sempre il prezzo di quel patto".

L'ammorbidimento del carcere duro?
"Il 41 bis fu la prima cambiale, poi seguirono altri provvedimenti, dall'abolizione dell'ergastolo allo scudo fiscale".

Lei è ha prestato fede a Massimo Ciancimino, si è ricreduto?
"Non ho mai creduto che fosse un santo, ma che abbia fornito delle verità e documenti autentici con un unico falso. Quello che gli è capitato lo considero un suicidio giudiziario indotto. Quando si è spinto troppo in là gli è stato detto: ritrattare non puoi, allora sputtanati. E lui lo ha fatto. D'altro canto, se il papello non esiste come hanno fatto a rispondere punto su punto a quel che Cosa nostra desiderava?".

Quando si esaurisce quella lista, quel papello?
"Fin quando quel ceto politico che ha traccheggiato vent'anni fa determinerà scelte del Paese, la trattativa va avanti".

Il patto tiene?
"Tengono i ricatti incrociati. Ho ancora nelle orecchie le parole di Gherardo Colombo a Giuseppe D'Avanzo: le convergenze sulla giustizia sono il frutto di ricatti".

Storia d'oggi, insomma, non archeologia?
"Storia attuale anche per le innumerevoli analogie che legano la stagione del 1992 a quella presente".

Si riferisce ai nuovi propositi stragisti di Riina?
"Certo e spero che anche questo evento sia l'occasione per saggiare il grado di con-sapevolezza della città rispetto al pericolo che corre Nino Di Matteo che deve subire un procedimento disciplinare per un'intervista aRepubblicanella quale non violò alcun segreto".

Ha dubbi sulla consapevolezza della città?
"L'ho vista cambiare, l'ho vista esigere la verità ben al di là del dato giudiziario".

Consapevole fino al punto di fiutare certo professionismo antimafia, per dirla con Sciascia?
"Sciascia sbagliò bersaglio ma individuò un rischio. Credo che i siciliani siano attrezzati per riconoscere l'antimafia parolaia e i sepolcri imbiancati".

Consapevolezza e cambiamento politico non segnano sempre lo stesso tempo...
"Anche in Sicilia qualcosa sta cambiando. Mi pare presto per dare un giudizio su Crocetta ma è fin troppo ovvio dire che non è assimilabile a Cuffaro o Lombardo. Al netto di certe trovate istrioniche o di certe ingenuità. La speranza è un po' svanita anche perché carica di aspettative. Lo attendiamo alla prova dei fatti".
Tanto più che un suo amico come Antonio Ingroia andrà a lavorare con lui. Lo trova normale?
"Credo sia un bene se va a mettere pulizia in qualche carrozzone mangiasoldi. Pur capendo le ragioni personali, rimango convinto che un magistrato bravo debba rimanere a fare il magistrato".

Diffida dei giudici in politica?
"No, credo che i diritti civili debbano essere tolti ai criminali non ai magistrati".

L'esperienza politica di Ingroia però non è stata esaltante...
"Ha sbagliato i tempi. Ma rimane intatto lo slancio ideale che ha messo in quel progetto. Sarebbe stato utile in un Parlamento nel quale il centrosinistra si sta autodistruggendo e dare una mano ai grillini che peccano di ingenuità".

E della capacità di tradurre in politica il consenso, come per la legge elettorale?
"Se non ci fossero loro a colmare un poco del vuoto di opposizione andrebbe anche peggio. Di cazzate ne hanno fatte ma sul no a indulto e amnistia li ho apprezzati".

Però le carceri scoppiano...
"Le si svuota abolendo leggi frutto di demagogia e populismo. Amnistia e indulto perpetuano l'idea di impunità".

Ne usciremo?
"Con il ricambio del ceto politico. Con gente non più ricattabile in nome di quella trattativa. Capace davvero di toccare i patrimoni mafiosi anziché vendere le spiagge. Qui non possiamo aspettare che arrivi o il becchino o una retata. Perché neppure le retate bastano".

sabato 6 luglio 2013

Da quale parte è la città dei Pazzi???


Da quale parte è la città dei Pazzi???

 


Atto unico di Ugo Arioti (2003)

 Voce narrante su video di disastri dell’uomo e degrado ambientale umano a partire da Hirochima ……

 Fratello, cosa è per te una tenda, una scena di teatro di posa?

 
Vorrei darti un suggerimento per evitare che i tuoi occhi trasmettano alla tua mente il “pathos” della scena; forse dietro non c’è quello che tu pensi ora, con la tua semplicità di fumetto sopravvissuto. La luce ti inganna, fratello! Mette in risalto le ombre, le enfatizza, ti tira brutti scherzi, rendendosi complice della tua coscienza sudicia.

Amico, distruggi lo spessore che ti impedisce di giungere alla verità, l’ostacolo più difficile nasconde l’insidia e la ipocrisia organizzata per mangiarti il fegato, scegli la trasparenza e non avere paura delle ombre.

 Vorrei costruire per te una scena, e tu sai, la scena è senza spessore, e farti partecipe delle ombre del giorno, prova anche tu a radere al suolo la memoria di pietra!

Prova in ogni modo, costruirai la tua immagine. Trasmettila agli altri, ma sappi che tutto questo per te adesso è nebbia.

Sognare, e sognare ancora, fino al punto di pensare di avere certe situazioni e ti sembra quasi reale la maniera con la quale si svolgono i fatti, vedi cose mai viste…eppure le vedi. É un intreccio di creazioni ondeggianti, quasi fumanti e sfumate; non riesci a percepire quello che effettivamente il sogno emana con i suoi colori e le sue immagini folgoranti che cambiano, tu lo sai, secondo quello che hai provato o che provi in quell’istante e che ti viene quasi tramandato.

Non sai dove puoi arrivare e quando ti svegli, anche se riesci a spiegarti in parte le sensazioni provate, hai quasi dimenticato del tutto il sogno, ti resta soltanto l’illusione.

Ecco di fronte a te la realtà.
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Viaggiare attraverso i ricordi spesso ti porta in una stanza piena di nebbia, e corri, come un bambino, alla ricerca di una sicurezza. Ma non trovi la mano di tua madre.

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Io sarò per te nebbia e ti avvolgerò per non farti vedere il tempo che, complice degli specchi, ti ha fatto invecchiare….

 Ho costruito un tempio per il tuo oblio e tu non lo vedrai se non quando troverai la strada che porta alla città dei pazzi …

 Guarda intorno a te e cerca la luce.

 Che sensazione meravigliosa quella di vivere in un luogo che al tuo apparire ti offre, quasi per incanto, perché riconosciuta, la libertà di muoverti spontaneamente, quasi conoscessi già quei luoghi.

Ci sei.

Ci vivi.

E intorno a te.

Personaggi di giorno e personaggi notturni, anime, desideri, astrazioni, sogni, tutto si muove intorno a te … la follia del sogno che rinnova la speranza di essere sempre capaci di superare il giorno e trovare ancora un’altra città dei pazzi.

Siediti e ascolta.
 
Ugo Arioti (Teatro sociale)

 

martedì 29 maggio 2012

Molière e la scuola delle mogli di Ugo Arioti



Chiesa di Sant’Eustache, les Halle Parigi, 15 gennaio 1622, un bambino viene portato dai suoi genitori, Jean Boquelin( Tappezziere del Re) e Marie Cressé alla fonte battesimale perché diventi un buon cristiano. L’infante, che avrà un fanciullezza costellata di lutti e di inquietudini che lo segneranno indelebilmente dandogli un velo di tristezza che contrasta violentemente con la sua fantasia e vivacità, si farà uomo e artigiano come il padre. Poi incontra una donna Madeleine Béjart , ventiduenne giovane attrice rossa di capelli, già madre di un bambino avuto dalla precedente relazione con il Barone di Modène, che gli fa scoprire la sua vera vocazione di attore e a soli 22 anni prenderà il nome d’arte di Molière!
Molti hanno tentato di collocare il teatro di Molière in una categoria letteraria precisa. Questo non da il giusto peso al lavoro di questo appassionato ricercatore e antropologo del palcoscenico della vita. La vita, che vive in mezzo alla gente di Parigi come partecipe e nello stesso tempo spettro indagante dell’animo e del sistema etno-fenomenologico della società umana, lo rende speciale nel suo modo di rappresentare le debolezze e i ruoli sociali dietro i quali gli individui si nascondono e si ingabbiano e i vizi che ne derivano come l’egotismo, il misogenismo,  il razzismo, l’apparenza e tanti altri.
Nel teatro di Molière sembrano mancare i ruoli forti femminili e questo può essere, in parte, dovuto alla sua infanzia, perse la madre a soli dieci anni, ma non è del tutto vero. Io credo che abbia coerentemente dato la sua idea sulle donne da uomo e non da “altro non ben identificato scevro da possibili critiche o vizi”. Si è assunto in pieno le sue esperienze di uomo e anzi ha messo in risalto i vizi che gli uomini hanno quando parlano di donne. Stiamo parlando del 1600? No. Stiamo parlando di oggi. Il teatro di Molière, che l’Accademia di Francia riconobbe solo verso la metà del 1700, facendo collocare nel suo sito istituzionale una statua del commediografo con la scritta: Rien ne manque à sa gloire, il manquait à la nôtre (Nulla manca alla sua gloria, egli mancò alla nostra), è oggi vivo più che mai e, sempre per parlare di donne e di uomini conservatori o liberi, ho estratto un appunto per voi dalla commedia che fra le altre preferisco, anche se meno conosciuta : "L’école des femmes"( la scuola delle mogli).
A voi il giudizio!
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Penso che questa giovine che lavora con me sia una brava ragazza!
Non v’è dubbio! Ma a che proposito lo dici? Hai qualche mira su di lei?
No. Penso che deve coltivare la sua capacità di essere moglie e madre di famiglia e poi … solo dopo che sarà venuta fuori la sua dote, allora … ?!
Secondo me sei un fesso! Credi ancora nelle favole.
Che vuoi dire?
Dico che non hai la più pallida idea di quello che significano i sentimenti per una donna!
I sentimenti? Che dici? Sciocchezze! Deve saper governare la casa, amministrare e curare la prole e il resto viene da se … Dovrebbe essere nel “Buon Costume di una Nazione Civile” far scuole per insegnar le donne a fare la moglie e la madre!
Sei cieco e illuso amico mio! Sposare un’oca serve per non essere un capro o un be …!
Che dici? Smettila di insolentirmi e ascolta il mio progetto!
Progetto lo chiama, è una filosofia popolare delle più becere e arretrate. Ma facciamo finta di metterci in ascolto di questo grande innovativo pensiero del piffero!
Quante dicerie e pettegolezzi. Io sono un pragmatico e so che senza un Ordine non esiste alcuna forma di vita elevata! Certo! Caro fratello mio ad un uomo non può capitare disgrazia peggiore che quella di essere tradito dalla propria moglie. Ne convieni?
Si e allora?
Allora bisogna che le donne crescano ignoranti, ma preparate agli scopi della vita familiare. Ecco questo è il mio portentoso programma: fare una scuola per evitare che succedano ancora questi drammi devastanti e ignobili.
Mi sembrate un po’ alterato e di certo fuor di ragione. Scusate se interrompo questa esposizione vostra ma altre ignobili incombenza mi chiamano all’azione! Ci vediamo più tardi fratello!
Andate pure, ma riflettete su quello che vi ho messo davanti agli occhi!
Insiste il folle!
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