martedì 27 giugno 2017

Mosul, ultimo atto

 
I combattimenti casa per casa, con i miliziani dell’Isis appostati dall’altra parte della parete. Il maggiore iracheno che fa squillare a vuoto il telefono, per non far sapere alla moglie che lui è in prima linea. La sofferenza, indicibile, dei civili. E la speranza nel buco di un muro, perché al di là c’è la salvezza. Eccola, Mosul, oggi. Ecco le storie, i volti, la guerra.     Foto di EMANUELE SATOLLI 
Lo strazio delle donne soccorse dai soldati di Bagdad, la fuga disperata degli anziani dall’oppressione dello Stato islamico, lo sgomento dei bambini davanti alle bombe. E sullo sfondo i colori. Pochi, ma forti: il grigio degli scheletri della case, il verde oliva delle mimetiche dei militari, il buio dei vicoli in quella che una volta era la seconda città irachena e che, caduta nelle mani del Califfato, si ritrova ora ridotta a labirinto di macerie. Tutto questo (e altro) nel racconto di un coraggioso fotografo italiano
La tragedia di Mosul si sta compiendo: la distruzione della moschea di Al Nuri è il punto di non ritorno nella sciagurata storia dello Stato islamico. Gli ultimi dispacci d’agenzia dicono che l’epilogo sarà quello previsto, con combattimenti selvaggi, con massacro di civili, con fanatici votati al martirio. Queste ore saranno le più difficili per i centomila civili ancora intrappolati nelle zone controllate dall’Isis. Ma la fine del radicamento territoriale dell’organizzazione è cominciata. La prossima tappa sarà Raqqa, all’interno dei confini siriani, ma dopo la caduta del minareto pendente sotto il quale Al Baghdadi aveva proclamato il Califfato, il cammino della sua organizzazione è segnato. Sarà un cammino se possibile più sanguinoso, con il ritorno alla vocazione terroristica e l’abbandono – almeno per ora – delle velleità “statuali” a cui pochi avevano creduto fino in fondo.
 
 Lo dicono le scelte compiute dall’Isis nei tre anni scarsi di controllo della capitale di Ninive. Secondo le testimonianze che abbiamo raccolto, i lavori pubblici erano solo opere di difesa: sbarramenti, tunnel, ponti interrotti, con l’unica eccezione dell’impegno a rinnovare i locali del suq e l’arrivo di brutti lampioncini leziosi sul viale di ingresso alla città. Non volevano un futuro a Mosul, nessuno di loro: i foreign fighters che in queste ore stanno sparando gli ultimi colpi, con in mente solo il miraggio del paradiso islamico, o i fondamentalisti locali, capaci di rivolgere le armi contro i compatrioti piuttosto che lasciarli andar via. Altro che progettazione dello stato, altro che educazione dei cittadini, altro che rimpianto della purezza di un Medioevo inventato: servivano prigionieri, ostaggi, scudi umani. I sopravvissuti, quelli che da Mosul sono fuggiti in tempo, torneranno a pianificare attentati, pronti a usare ogni strumento per spargere il terrore anche in Occidente. Ma il calvario della città irachena resterà nella Storia come monito, accanto ad altri nomi evocativi di tragedie: Dresda, Coventry, Vukovar, Sarajevo, e così via.
A sostenere la memoria saranno preziose le immagini come quelle di Emanuele Satolli che vedete in queste pagine. La sublimazione del dolore, raccontato con asciuttezza e partecipazione, anche a costo di rischi personali gravissimi. Non c’è solo Mosul in queste foto, c’è la sofferenza degli esseri umani di ogni tempo, destinata a restare nei nostri ricordi perché possiamo sperare che non ritorni mai.
 
 Nella mia ultima trasferta a Mosul sono stato “embedded” con i soldati iracheni. E ho visto combattere casa per casa. I militari avanzano lentamente, in squadre da 12-15 persone, entrano nei cortili, affrontano un isolato alla volta. Ma le case sono collegate l’una all’altra. E i miliziani dell’Isis hanno aperto dei buchi nelle pareti per poter passare da una abitazione all’altra senza essere visti. E, naturalmente, non si può sapere che cosa c’è oltre il muro. Ho visto militari sparare contro una porta, prima di passare, senza sapere chi ci fosse al di là. Ci siamo trovati a pochi metri dai jihadisti, separati solo da una parete. Un’altra volta dal buco di un muro è sbucata una famiglia intera che cercava di allontanarsi dagli uomini dell’Isis. Ci hanno raccontato che il giorno prima un gruppo di civili aveva provato a fuggire e i miliziani avevano aperto il fuoco, uccidendo quattro persone.
 
Negli ultimi giorni a Mosul, per fare fotografie dovevo avvicinarmi molto all’azione, e anche i soldati si muovevano a distanze più ravvicinate. Si correvano rischi soprattutto per vedere il minareto pendente, io l’ho ripreso qualche volta da lontano, ma adesso hanno fatto saltare in aria l’intera moschea di Al Nuri. Il minareto è distrutto. C’era un caldo feroce, una luce fortissima che rendeva complicate le riprese, ma soprattutto sono cambiate le condizioni dello scontro. Credo che anche questo sia fra le ragioni della morte del reporter francese Stephan Villeneuve e del suo fixer curdo Bakhtiyar Haddad, nei giorni scorsi. Sono finiti su una mina, anche altri due giornalisti sono rimasti feriti. Credo che sia successo perché ci si muove in spazi molto ristretti. Pensare che pochi giorni prima eravamo andati avanti assieme, proprio con questi francesi, nel quartiere di Zanjili, che ancora non è del tutto liberato.
 
(PER VEDERE E LEGGERE IL SERVIZIO INTERO SI RIMANDA ALLE PAGINE DI REPUBBLICA) 

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