martedì 18 ottobre 2016

(leggevo questa): 49 e 59: vivo che parla - di pippo Montedoro - Racconti dall'iperspazio

(leggevo questa):
49 e 59: vivo che parla
È una cosa che si sopporta a stento, questa qui della quale io soffro: la memoria.
Cosa avete capito? Mica la mancanza della…, la sua fragilità, piuttosto la sua possanza. Porca miseria, rammento tutto; va be’, molto… troppo! E così (e la cosa mi dà fastidio) rischio di inibire, quando scrivo, il da me amato processo di costruzione di fantasia. Insomma e accidenti, visto che ricordo troppo finisco per riportare reali memorie. Manco Proust e le sue cineree malinconie.
Quindi, ripenso e racconto.
Avevo una manata (cioè cinque) di parenti che si chiamavano Giovanni. Me ne è rimasto uno solo. Per andare sul tranquillo quando si parlava di loro in singola o in multipla, nonna Anciluzza li aveva rinominati: Gianni e Gianninieddu, due miei cugini; Giovanni e basta, il sopravvissuto, figlioletto di cugini (che non ho mai capito se, questi figli di, siano cugini o nipoti né tantomeno di quanti gradi si sia vicini) e, poi, due zii: Giannuzzu e Giovannino. Quest’ultimo mi durò poco. Morì quando io avevo quattordici anni, con un tumore al cervello e rimase una settimana esatta allettato da un coma vigile.
Il primo anno di liceo, per me, era stato difficile. Oddio, in effetti facilissimo: dopo le borse di studio delle medie inferiori, avevo cominciato a vivere e a divertirmi; tutto qua. Quindi, rimandato in ben quattro materie quattro, compreso il disegno. Tradotto, significa che avevo intrapreso la mia carriera da sei e sette in condotta; dunque avevano deciso di punirmi con la maxirimandatura visto che ero comunque bravo in matematica quanto in francese come in tutte le materie umaniste. Il disegno era l’unica materia nella quale io mi sarei bocciato: non riuscivo nemmeno a ricalcare le linee col classico sistema del vetro e lampada sotto. E non pensiate che io mi sia perso nei ricordi.
U zu Giuvanninu percepì, dalle nebbie colorate del suo coma lisergico, il dialogo fra mia madre e le proprie sorelle con il taglio e cucito sulla mia rimandatura, che a loro fino a quel momento doveva sembrare una iattura, e riemerse soltanto per un attimo e per un’unica volta dalla bambagia tranquilla per esporre un semplice “Pi’ Pippuzzu, m’impignu puru l’uova ‘i l’uocchi. C’hamu a fari?”. Mi commossi assai – ero presente; e chi lo lasciava?: lo adoravo – e pensai la stessa cosa che disse mia madre, improvvisamente conscia che la mia disavventura fosse una minchiatella senza importanza: “Pi’ cosi serii, ni putiemu ‘mpignari l’uova i l’uocchi. P’aviriti ancuora cu nuatri, Giovanni’. No pi’ ‘sti fissarii!”. Non ero più cattolico ma volli ugualmente cadere in ginocchio quando due giorni dopo spirò, sereno, mio zio il sindacalista dalla bella parlantina senza il supporto r’aviri i scuoli avuti. Questo accadeva 49 anni fa.
Un balzo di spalle. Di dieci anni. Cinquantanove anni addietro. Ed eccomi che avevo quattro anni compiuti da un mesetto poiché era agosto e io sono dei primi di luglio. Come ogni pomeriggio delle estati, un’oretta dopo il pranzo, Giovannino buttava una coperta per terra e, da quando c’ero io, si metteva a dormire c’u picciriddu, per un’altra oretta o anche meno, ché se no gli veniva il mal di testa. Fino a circa mezzo secolo fa e a partire da sempre, in Sicilia si sapeva costruir le case. E non parlo delle abitazioni di campagna che si tiravano su soltanto dopo che per qualche mese veniva testato il sito dalla permanenza di mandrie o di greggi: che se l’armali non si beccavano alcuna strana malattia o non morivano di magie magnetiche o uraniche allora si tiravano su le mura e nel caso contrario ci si spostava fino al trovar il luogo giusto. E nemmeno sottolineo che nessun deficiente costruiva su impluvi o su greti pseudo secchi, a rischio frane e smottamenti; probabilmente, perché non v’erano molti deficienti né troppi ladri e imbroglioni, latifondisti a parte (ladri, non cretini). Dico qui delle case di paese. Ognuna di queste aveva la sua brava stanza dello scirocco anche se soltanto i signorotti la chiamavano in questo modo. Nella summa: si costruiva stando bene attenti all’esposizione e alle aperture, sì che almeno una camera della casa, a finestre intelligentemente aperte o socchiuse, potesse rimaner fresca nei giorni di umida afa. Nella casa comune di nonna Angela e di Giovannino sposato con Lilla e due figli di molto più vecchi di me, questa stanza era la cameretta in cima alla scala interna che separava i piani, ripidissima, per la quale mia madre era caduta proprio mentre era incinta, con dentro me (se poteste evitare le battute… e grazie!). A ‘ntrata a pie’ di scala semichiusa (tanto allora, a Villagrazia di Palermo, non si correvano rischi di intrusione) e la finestra a capizzu di coperta-letto, a manta marrò, aperta e anche con il solleone (termine desueto) e così lì si godeva la frescura indispensabile per la pennichella. Tutt’ora adoro addormentarmi col venticello sulla pelle del viso. Come allora. Ma allora, qual giorno!, quel venticello mi stimolò anche qualcosa d’altro. Pensavo da qualche giorno a quanto avevo sentito dire da Anciluzza: “Giuvannino, a Pippo ci vuoli troppu bieniri: si facissi puru pisciari ‘n-t-a facci!”.
E ch’è!… Evidentemente era un atto d’amore, una manifestazione che ancora non conoscevo dello stesso sentimento; più di un abbraccio; oltre un bacio; e io avevo il cuore gravido d’amore quanto la vescica di benedizione di bimbo. Mi tirai su, i piedi ai lati della sua faccia dormiente che puntava il tetto e pisciai. Si svegliò subito, naturalmente. Non mi interruppe e cominciò a ridere quando avevo finito. Mi prese in braccio e scese le scale. Grondante: “Piccio’, u picciriddu mi pisciò ‘n-t-a facci!”. Soltanto mio padre – era domenica – fece una leggera musione pre-rimprovero però si unì deciso alle risate di tutti.
Ma cosa v’ho raccontato? Che ci posso fare se ricordo?! Per farvi divertire e interessarvi sul serio avrei potuto inventare che avevamo rapinato insieme, io e zio Giovannino, l’ufficio dei Bavarisi – aperto giorno e notte o Malupassu e col neon blu sulla porta – in un’alba mentre andavamo insieme a abbivirari u jardinu. Mi ci portò sempre e mi comprava di continuo stivali di gomma verde bottiglia col mio se pur piccolo piede in crescenza e mi faceva vutari l’acqua con la zappetta tutta mia. Potevo interessarvi di più; ma se ricordo tutto in modo così nitido. Adesso lo siete anche voi quasi come me, vittime della mia memoria.
Una ventina d’anni fa lo sognai. Bussavano a’ ‘ntrata. Cioè alla porticina a una piazza che in genere sta a pianterreno del vano scale ma che stavolta dava su una stanza grande e disadorna ove leggevo un libro. Aprivo ed eccolo; mi abbracciava, mi dava una bacione sulla guancia e andava via senza aver detto parola.
Sul libro della cabala siciliana, andai dritto e cercai soltanto “zio affettuoso” e lo trovai: giocai il suo numero con quello di porta piccola e feci ambo.
Ziu’!
Bon, quanto mi mangio qualche biscotto “algerino” e mi inzacchero di zucchero a velo: le madeleines, le ho finite. E scusate il disturbo, se potete.
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