giovedì 17 luglio 2014

Simone Weil e la "percezione perfetta" del mondo (argomento 2014)

Simone Weil e la "percezione perfetta" 
del mondo
di Federica Negri
L'estetica è generalmente considerata come una disciplina particolare, mentre è la chiave delle verità soprannaturali. (Q, III, 364) (1)
Universo, massa compatta di obbedienza con punti luminosi. 
Tutto è bello. (Q, III, 415)

L’itinerario filosofico di Simone Weil può essere interamente interpretato come una lunga e approfondita indagine sulla percezione; questo problema filosofico, si configura da subito come basilare e si delinea come una ricerca sul significato della percezione, delle sue modalità, delle sue caratteristiche e della sua possibilità di approdare ad una forma perfetta.
Con questa breve indagine, vorrei tentare di far vedere come la ricerca di una perfetta percezione del mondo sia per Simone Weil così fondamentale da costituire realmente la spina dorsale di tutta la sua elaborazione filosofica, dai primissimi scritti liceali a quelli della maturità, passando attraverso gli scritti politici degli anni Trenta, per terminare con le ultime riflessioni mistiche dei Quaderni.
Per comprendere i termini della questione, penso che sia utile richiamare brevemente il contesto filosofico nel quale prende forma la domanda weiliana sulla percezione, ricordando l’importanza dei "maestri di percezione", avuti da Simone Weil durante gli anni della sua formazione, ossia Alain e, indirettamente, Jules Lagneau.
Compito della filosofia è, in generale, aiutare l’uomo a comprendere il mondo in cui si trova a vivere dandogli, se possibile, alcune indicazioni sul modo per vivere meglio. Da questa constatazione elementare ha origine il tentativo di spiegare tutta la realtà, dal perché dell’esistenza al perché di questo tipo di esistenza; in ogni caso, però, l’interrogazione ha origine sempre da un uomo – o meglio una donna – di fronte al mondo. La comprensione di tutto - anche delle cose difficili – passa perciò inevitabilmente attraverso il corpo, perché solo attraverso questo l’uomo sente il contatto del mondo.
Per il solo fatto che abbiamo un corpo, il mondo è ordinato per questo corpo; esso è disposto in rapporto alle reazione del corpo. (2)
Noi siamo ontologicamente determinati da un corpo e da una mente razionale, non possiamo mai, in nessun caso, dimenticare questa nostra costituzione perché è questa a determinare la possibilità del nostro rapporto con il mondo.
Noi conosciamo, astraiamo e formiamo dei concetti, con cui possiamo costituire in seguito metafisiche, partendo dal contatto con il mondo, e non possiamo mai dimenticare questa genesi "sporca", ossia l’origine sensibile e corporea della conoscenza. La mente dipende strutturalmente dal corpo nel suo contatto con l’esterno, non può mai dimenticarsene, "L’anima è legata al corpo; e mediante il corpo, a tutto l’universo."(3)

Il lavoro filosofico di Simone Weil, sin dai primissimi scritti degli anni del liceo, tenta di indagare in profondità questa interdipendenza tra mente e corpo nella percezione partendo, secondo me, da una interpretazione molto particolare delle implicazioni delle due parti nella conoscenza. Ritengo che la soluzione adottata da Weil ricalchi, in un certo senso, la costruzione spinoziana di un parallelismo tra le idee e le cose, tra la mente e il corpo.
Un corpo umano è materia pesante, materia che si può illuminare, opaca alla luce, materia viva, materia unita ad un pensiero per mezzo di un legame misterioso ed in tal modo materia che partecipa a differenti equilibri. (4)
Lo scopo della ricerca è sostanzialmente cartesiano, tuttavia la forma adottata è assolutamente spinoziana ed implica un maggiore peso della materia all’interno della problematica filosofica.
Ogni piano è caratterizzato da una propria norma di conoscenza pur dipendendo sempre dall'altro per completarsi; il problema fondamentale è non confondere mai i due piani e non pensare di trovare la razionalità nel sensibile e viceversa, perché altrimenti si cadrebbe nel gioco senza fine dell’immaginazione.
L’immaginazione è il peggior errore nel quale può incappare l’uomo, perchè a stento, spesso, la si distingue dalla reale conoscenza; per iniziare a capire di cosa si tratta, potremmo definire l’immaginazione come un "trasferimento nell’oggetto di ciò che ha luogo nel corpo del soggetto". (5)
I brani in cui Weil analizza la problematica dell’immaginazione sono talmente numerosi da rendere immediatamente chiara il fatto che si tratta un nodo fondamentale di tutta la sua filosofia. Se può sembrare strana la presenza dell’immaginazione in una filosofia che mira, prima di tutto, all’eliminazione degli errori della percezione come preliminare fondamentale alla ricerca, bisogna tener presente che le immagini non sono solo il risvolto negativo del lavoro della percezione, ma indicheranno più avanti con molta chiarezza la forma più pura di percezione, quella dei segni divini.
Per iniziare questa analisi dell’immaginazione, farò riferimento a uno dei primi scritti, Imagination et perception, del 1925 che Weil compose durante il liceo come dissertazione sulla percezione proposta, come ogni anno, dal suo professor Alain. Questo testo è uno dei tanti esempi del fatto che, da subito, per Weil è ben definita la dinamica immaginazione-percezione.
Quand nous voyons le monde, l’image que nous en avons ne le reflète donc pas seulement lui; il nous reflète nous aussi. […] Le rêve projette devant nous comme une réalité extérieure ce qu’il y a de plus nous-même en nous, ce qu’il y a de profond et qui, quand nous sommes éveillés, se heurte à la dure surface des choses: c’est là la jouissance, dit-on, que recherchent les fumeurs d’opium. C’est de ce mariage entre le monde et nous que résulte la perception.
Mais comment? Considérons de nouveau l’exemple du mirage. Nous avons deux réalités en présence, dont la rencontre formera le mirage: d’un côté le voyageur qui a soif, c’est-à-dire qui désire de l’eau. Comme tous ceux qui désirent, son corps essaye de se soulager en faisant les mêmes mouvements qu’il ferait si l’objet de son désir était présent; il prendra la même attitude que s’il voyait devant lui une belle nappe d’eau claire. Ensuite apparaîtra l’image qui, pensons-nous, est normalement la cause de cette attitude, et qui en est cette fois l’effet. C’est ce que nous appelons l’imagination. Mais cette imagination sans fondement dans la réalité joue à vide: elle reflète le désir, puisque la reflète comme deux glaces qui se renvoient l’une à l’autre la même image: c’est une consolation vaine, vide de tant contenu. […] Nous n’avons pas conscience des choses, mais de nos attitudes en face des choses, contraints par elles. Mais l’imagination supplée à ce que le monde extérieur a forcément d’insuffisant pour nous, puisqu’il nous est extérieur, et réalise ainsi un compromis que nous appelons perception. 
(6)
L’analisi di Simone Weil – ancora evidentemente influenzata dalla filosofia di Alain – mostra tuttavia alcuni elementi che diventeranno poi tipici dell’elaborazione più matura. Prima di tutto, Weil ritrova l’origine dell’errore percettivo che scatena l’immaginazione nella stessa costituzione umana, ossia nel fatto che il mondo essendo a noi esterno è, per forza di cose, imperfettamente conoscibile, è altro da noi; questa alterità non è facilmente accettata dall’uomo, che tenta anzi di annullarla sovrapponendogli i propri desideri e bisogni. Possiamo già riconoscere nell’immaginazione la caratteristica più tipica che è proprio la tendenza a colmare il vuoto, che la rende pericolosa, prima di tutto, per una corretta percezione e, più avanti, nella ricerca di Dio. L’origine dell’immaginazione erronea si può ritrovare, quindi, nel corpo umano che – spinto da proprie necessità – agisce spesso sovrapponendosi alla razionalità. Questa spiegazione della percezione, mi sembra illustrare abbastanza chiaramente gli elementi spinoziani operanti in Weil, che sono molto evidenti nella prima produzione e più sfumati, ma ugualmente fondamentali, più avanti.
Il corpo e la mente sono studiati da Weil come entità autonome, regolate da propri ritmi ed esigenze, con la propensione a credersi unici, tentando spesso per questo motivo di assolutizzare le proprie funzioni causando l’errore. Per evitare di ingannarsi è, perciò, necessario mantenere un parallelismo funzionale tra esigenze del corpo e della mente, considerandole parimenti importanti nel gioco percettivo ma non sostituibili.
Una volta chiarito il fattore che determina la possibilità d’errore non si è tuttavia ancora assicurati sull'efficacia del nostro sforzo di percezione. Come si può essere sicuri di vedere realmente il mondo? Quale requisito ci assicura di essere sulla buona strada?
Simone Weil afferma che è la necessità a renderci sicuri del contatto reale con il mondo; la necessità è "la dura superficie delle cose" contro la quale urtiamo violentemente quando ci accorgiamo della realtà, in una parola, è la percezione dell’alterità del mondo.
Sulla problematica della necessità Weil si interrogherà a lungo, attribuendogli sempre una collocazione fondamentale nel suo percorso filosofico sino alla fine.
Si può dire che Simone Weil cercherà la percezione pura attraverso le diverse esperienze, che hanno arricchito in maniera così peculiare la sua esistenza: tramite l’insegnamento al liceo, il lavoro in fabbrica o attraverso la breve ma decisiva esperienza nella guerra civile spagnola.
Weil ritiene che la comprensione di qualsiasi avvenimento debba essere una conquista svolta in prima persona perché, essendo basato sulla percezione, dipende essenzialmente dal corpo e dalla mente, e non può che essere frutto di una esperienza singolare. L’esperienza del mondo deve passare attraverso il corpo della filosofa, deve filtrarvi completamente attraverso per essere assimilata e compresa.
Lo scontro con la necessità pone Weil di fronte al mondo reale e costituisce la stella polare che guida la sua ricerca; per questo motivo, l’esercizio di percezione sarà sempre un preliminare atto di pulizia filosofica irrinunciabile.
Affinché noi, intelligenze finite, limitate da un corpo, possiamo dominare la materia illimitata, è necessario che questa sia sottomessa al limite. Se non ci fossero invarianti, saremmo interamente schiavi del tempo. Non avremmo né ricordi né progetti.
(Ritornare all’analisi della percezione secondo Lagneau e Alain. Immergersi per una volta a fondo in questa purificazione). (Q, II, 149)
Ciò che nella percezione è reale e la distingue dal sogno, non sono le sensazioni, ma la necessità che vi è presente. (Q, III, 80)
La necessità che limita l’uomo nel suo cammino di conoscenza, lo rende perciò al contempo sicuro della via intrapresa; ma ciò che egli conosce non è molto, nel senso che rimane e rimarrà sempre un fondo inconoscibile nel mondo, qualcosa d’altro.
Nel momento in cui Weil chiede di conoscere questa alterità, la domanda di verità che sorregge la sua ricerca diventa assoluta e capovolge ogni valorizzazione attuata sino a quel momento. Ciò che veramente ha valore non è questo mondo che non può spiegarsi da sé completamente, ma è l’altro, ossia Dio, dal quale il primo deriva ma da cui differisce completamente, proprio per la mancanza di autogiustificazione. Il mondo da centro della conoscenza diventa punto di partenza di una ricerca senza fine che dovrebbe portare Weil a scoprire ciò che si nasconde alla percezione del mondo stesso ma che lo fonda.
È a questo punto che le premesse filosofiche del cammino weiliano chiariscono la paradossalità della situazione: da una parte, per Weil la percezione conoscitiva dipende interamente dalla mente e dal corpo umano e si basa, in maniera imprescindibile, sul contatto con la materia; dall’altra, Weil stessa ci dice che la conoscenza deve spingersi oltre il mondo, verso ciò che non è materia. In pratica, si tratta di arrivare alla percezione della purezza attraverso l’impurità della materia, e per questo motivo si dovrà sempre essere attenti a "salvare i fenomeni".
Questa impresa sembra destinata irrimediabilmente allo scacco, ma per Weil proprio l’apparente impossibilità la rende non solo praticabile ma, senza dubbio, l’unica via possibile di ricerca. Ho già sottolineato, infatti, come per Simone Weil sia la necessità a distinguere nettamente la percezione dal sonno dell’immaginario; ciò che si percepisce come necessità è, per essere più precisi, la contraddizione del reale, ossia la presenza di elementi contrastanti che non si lasciano ricondurre pacificamente gli uni agli altri.
Le contraddizioni nelle quali lo spirito si imbatte uniche realtà, criterio del reale. Non c’è contraddizione nell'immaginario. La contraddizione è la prova della necessità.
Applicazione a tutti gli ambiti. (Q, II, 288-289)
E ancora
La contraddizione è legittima quando la soppressione di un termine porta a distruggere o a svuotare della sua sostanza l’altro termine. La necessità è il criterio supremo in ogni logica. Soltanto la necessità mette lo spirito a contatto con la verità. (Q, IV, 156)
La necessità che sperimentiamo a contatto con la contraddizione è la verità perché è altro dal mondo, non si lascia trasformare completamente nella nostra razionalità, non è totalmente assimilabile. Si tratta, infatti, di una traccia lasciata da Dio, di uno spiraglio che, se correttamente interpretato, permette all’uomo di cambiare il suo modo di leggerel’esperienza.
La contraddizione provata è reale e sperimentabile perché propria della condizione umana e sinonimo di una insufficienza difficile da superare, quella del punto di vista nel quale siamo ontologicamente posizionati.
[…] Il fatto è che ci sono due ragioni.
C’è una ragione soprannaturale. È la conoscenza, gnosi, γνωσις, di cui il Cristo è la chiave, la conoscenza della Verità il cui soffio è inviato dal Padre.
Ciò che è contraddittorio per la ragione naturale non lo è per quella soprannaturale, ma questa dispone solo del linguaggio dell’altra. Tuttavia la logica della ragione soprannaturale è più rigorosa di quella naturale. (Q, IV, 134)

stralcio..............................( se ti interessa cerca su internet l'articolo di Federica Negri) Redazione Secem

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