giovedì 2 aprile 2015

I racconti della domenica Monia Minnucci: Il Paese dei Pensieri Capovolti


Il Paese dei Pensieri Capovolti

Tanto tempo fa, nel Paese dei Pensieri Capovolti, c’era una giovane coppia che penava perché non riusciva ad avere figli. In realtà, in quel paese, nessuna coppia poteva procreare, per via di un’antica maledizione, lanciata dagli uomini della guerra. Costoro avevano fatto piovere per giorni, mesi ed anni interi, una finissima polvere nera che aveva bruciato l’erba, appassito i fiori, disseccato le acque, annerito il cielo e reso sterili gli uomini e le donne del Paese dei Pensieri Capovolti. Così, quel paese, era diventato un paese di vecchi, popolato da nonni, padri, madri, i cui figli sterili erano prossimi alla vecchiaia. Potevi riconoscere gli abitanti di questo paese da una caratteristica, loro non avevano alcuna luce in fondo ai loro occhi, perché non avevano un futuro. Questo era il motivo per cui, ben presto, il mondo sarebbe finito e l’uomo si sarebbe estinto.
I due giovani innamorati che ho citato sopra, però, provenivano da un’antica generazione di maghe e di maghi saggi, e ricordavano bene i loro insegnamenti ed erano consapevoli che solo una giovane vita, proveniente dal vecchio mondo, avrebbe avuto in sé la luce ed il potere di far fiorire i fiori e far rinascere tutte le meraviglie del creato.
Il Paese dei Pensieri Capovolti era ridotto parecchio male, questo era successo perché i suoi abitanti avevano scelto di smettere di pensare al bene e di seguire la corrente stregata del fumo delle ciminiere, delle bombe di morte e delle guerre ad ogni costo e senza motivo. Uomini vestiti di nero, avevano lanciato proclami, dicendo che l’inevitabile, ma transitoria strada della guerra e della distruzione ecologica, non solo era necessaria, ma era soprattutto utile. La gente sapeva che non era vero. Che era solo un inganno. Lo sapeva perché dalla sfera di cristallo che tutti, a quei tempi, avevano in casa, fiorivano visioni di morte e, dalle finestre, potevano vedere una grande nube nera che avanzava dalle quattro direzioni, lentamente, ma inesorabilmente, verso di loro. Nessuno capiva cosa fosse, ma tutti intuivano che non avrebbe portato nulla di buono. Qualcuno, fra i più audaci del popolo, aveva provato a ribellarsi al nuovo ordine mondiale ma, a quel punto, aveva visto la sua lingua allungarsi a dismisura, fino a toccare terra e rotolarsi nel fango e il suo dissenso si era spento in suoni disperati e incomprensibili. Gli uomini della guerra, allora, lo portarono in piazza e ammonirono tutti gli altri sulle pesanti conseguenze della loro ideologia fuori legge che, per l’appunto, era sbagliata proprio perché era giusta, ma si sa, nel paese dei pensieri capovolti le cose stavano così e non bisognava discutere, ci si poteva solo allineare. Fu così che quasi tutti smisero di pensare e iniziarono a definire la realtà dandole significati opposti a quelli giusti. Le uccisioni per amore si moltiplicarono. La guerra fu chiamata missione di pace. La sana reazione popolare all’ingiustizia, divenne un reato e, quindi, una mera questione di ordine pubblico che condusse alla repressione totale e senza proroghe. Quindi, non c’era più nulla da fare, direte voi. E invece le cose non stanno affatto così, perché non tutti smisero di pensare bene e al bene, qualcuno finse soltanto di seguire la corrente del fumo delle ciminiere e delle guerre. Non erano in molti, ma erano convinti dei loro ideali e fieri di conservare il giusto senso delle cose. Spesso si incontravano sotto lo scheletro della grande quercia e cercavano di scacciare la tristezza e di individuare, su una mappa magica che sapeva rendersi invisibile agli occhi del male e visibile solo a quelli del bene, il varco che conducesse al vecchio mondo. Questa era la profezia di cui il vecchio mago saggio aveva parlato, nel sogno congiunto fra Mara e Renato, la giovane coppia di cui vi parlavo all’inizio. Il tempo passava, il caldo inverno aveva oramai ceduto il passo ad un’estate gelida, la più fredda che si potesse immaginare, ma la mappa magica continuava a non svelare la vera posizione del vecchio mondo, continuava solo ad indicare una piccola porzione di terra sulla quale non c’era nulla, tranne la casa di Mara e Renato. I nostri giovani amici erano delusi e stanchi di questa ricerca che non portava frutti. Con quel freddo, poi, diventava sempre più difficile incontrarsi e fu così che decisero di sciogliersi e, amaramente, tornarono alle loro case immerse nel grigiore di un mondo morente. Sapevano bene che la luce della speranza, ancora viva in fondo ai loro occhi, (e che, in modo magistrale, avevano celato ai signori oscuri), con la loro resa, si sarebbe spenta, proprio come stava capitando al resto del loro mondo.
Quella sera, Mara e Renato, non proferirono parola, ma restarono in silenzio, ammutoliti dall’angoscia per il destino crudele che li aspettava e uniti nella consapevolezza che non ci sarebbe stato nessun nuovo mondo e che, in quello di mezzo, in cui abitavano, non avrebbero mai e poi mai, neanche potendo, concepito figli. Le speranze stavano crollando e, con esse, la luce in fondo ai loro occhi si affievoliva. Esausti si addormentarono, osservando i guizzi di luce che si accendevano come lampi sul fuoco di stalattiti. Tutti i nostri amici furono avvolti dal sonno e iniziarono a scivolare in un sogno. Un sogno unico. Un sogno sognato. E dai loro occhi si levarono le luci della speranza per il futuro e iniziarono a volteggiare nel cielo dei loro sogni, sulle dita di un giocoliere che somigliava tanto al grande e vecchio saggio della profezia. Costui le fece roteare come palline e volteggiare come cristalli di neve, poi, le costrinse fra le mani e quando le aprì, svelò una sfera di fuoco che lanciò in alto, molto in alto, nel cielo dei loro sogni, come un grande, bellissimo e sfolgorante sole che prese a brillare e spargere i suoi raggi sui prati e sugli alberi che tornarono a pulsare di vita e a germogliare, sui laghi e sui mari che tornarono scorrere. I signori oscuri, che non sopportavano la luce del sole, cercarono riparo nelle grotte, ma non ebbero scampo, l’aria era un conduttore pregno di luce che li avvolse e li disintegrò.
Il mago guardò Mara e Renato, con uno sguardo carico di riconoscenza per aver creduto nella giusta vita, anche a costo della morte. I due giovani si osservarono a loro volta e, con gli occhi colmi di lacrime e stupore, videro i colori tornare ad animare i loro volti ed il mondo intorno. Videro una terra tornata fertile, proprio come loro. Ogni cosa, adesso, aveva un giusto posto, un suo vero significato e uno scopo preciso, anche i pensieri di tutti. Il grande vecchio depose fra le braccia di Mara, un neonato di luce pura che piangeva e sgambettava.
“La mappa non vi ha ingannati, il vecchio mondo non esiste in nessun luogo, perché è morto e mai potrà risorgere, ma resiste grazie ai ricordi di chi, tanto intensamente, ha creduto in Esso. Esiste in voi. Voi siete l’origine di un nuovo mondo. Vi ho osservati a lungo e conosco la vostra pena per non poter procreare, così, ho deciso di consegnarvi la bimba dal nome supremo. Ve la consegno, poiché voi avete dato alla luce la “Vita” e proprio questo è il suo nome, un nome che voi avete onorato. Lei è la madre di noi tutti. Non è vostra e dovrete trattarla per quello che è, un dono prezioso. Siate prudenti e preservatela dal male che è insito nell’uomo, perché saprà essere meravigliosa, a volte vi sembrerà crudele, ma se privilegiate il suo aspetto mortifero, vi distruggerà. Siatene degni, poichè non vi darà altre possibilità!”
Così si pronunciò il grande e vecchio e poi sparì.
Mara e Renato, insieme alla loro giovane “Vita” e a tutti gli altri, si guardarono ed ebbero paura che fosse solo un sogno, ma se così fosse stato, davvero non avrebbero voluto svegliarsi più.
E l’ultimo, ma meraviglioso capovolgimento di questa fiaba, sta proprio nel finale: non si svegliarono più, poiché il sogno era diventato realtà.


Monia Minnucci

 

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