giovedì 3 dicembre 2015

E in fondo era quello che volevo sentirmi dire - racconti della domenica di Ugo Arioti


E in fondo era quello che volevo sentirmi dire

 


<Sono figlia di una mamma imperfetta. Così imperfetta che da piccola mi ritrovavo a invidiare le mamme delle mie compagne, sempre presenti, ordinate, precise, magari un po’ apprensive. La mia no.> disse guardandomi negli occhi per cercare di capire in anticipo le mie emozioni, ma rispose sua madre, prima che io mi potessi esprimere. “Gli uomini e la loro lentezza” avrà pensato. < A volte l’ansia da prestazione travolge le mamme nel desiderio di fare tutto, in casa e al lavoro, mantenere rapporti sociali, impegnarsi in attività creative, in cucina, nello sport. Spesso però con uno o più bambini al seguito è difficile rispettare tabelle di marcia e impegni pressanti, e si finisce per giocare sul tappeto con i capelli alla meno peggio, magari facendosi recapitare a casa la cena dalla gastronomia del quartiere. Questo non significa essere imperfette, e nemmeno sbagliate.> < Mamma! Smettila di cercare scuse. Mi sta bene che sei così, non ti preoccupare per Giulio! Anche se è un maschio certe cose le capisce.> Sorrisi e mi avvicinai a Marina.

< Ma poi che sarà mai questa benedetta “IMPERFEZIONE”?! E’ un modo di essere …> lanciai come due dadi di una mano sconosciuta e bastarda sul tavolo verde. 

<E’entrata nella vita di mio padre come un ciclone.> Continuò Marina e sua madre:<Avevo tredici anni meno di tuo padre! Ero miss bacio flora allo stabilimento balneare! Tuo padre mi ha …> < Comprendi? Lei bella, di tredici anni più giovane. Devo dire che ci ha tentato anche ad uniformarsi al modello di mamma perfetta che la famiglia allargata di mio padre imponeva. Ma non ci riusciva nemmeno a cannonate. Era più forte di lei! Ricordo i tuoi pianti notturni, mamma. A un certo punto si sono trasformati in canti a squarciagola sotto la luna. Forse solo per sopravvivere a una routine che imprigionava i tuoi sogni, le tue ambizioni. Mentre papà ed io aspettavamo di metterci a tavola, tu eri volata chissà dove. A cercare erbetta medica per i tuoi adorati animali (“vorrei essere un coniglio, così forse avresti più cura di me”, ti rimproverava papà),o  a piantare rose purpuree nel tuo orto. Non mi hai mai regalato bambole né cucine. “Giochi inutili”, dicevi. Così il mio gioco preferito era diventato inventare storie e creare film: sceneggiatrice, regista e costumista, soprattutto, con quello che trovavo nei tuoi armadi stracolmi. Minacciavi spesso di abbandonarci, e non sei mai riuscita ad amare mia sorella come amavi me, incondizionatamente. “Sono stata molto male quando l’ho partorita. Tra la vita e la morte per giorni e giorni e mi sentivo sola” hai ammesso recentemente con candore. Non mi hai mai imposto né chiesto di fare lavori domestici. “Dipingimi un quadro, piuttosto. Te lo pago”, mi dicevi. E in fondo era quello che volevo sentirmi dire … >

Lo sfogo di Marina prosegue! < Quando ti rimproveravo di essere una mamma imperfetta tu mi dicevi che era giunto il momento di spiccare il volo, proprio come fanno gli uccelli che lasciano il nido, spinti fuori dalla mamma se hanno titubanze. Ti ho desiderata convenzionale molte volte, eppure, lontana da te, mi sono trovata a piangere a dirotto all’idea di poterti perdere e di non saper vivere sola. Paura immotivata, tra l’altro, perché stavi benissimo. Finché mi sono decisa a parlarne con uno psicologo. “Questa faccenda di sua madre le taglia le palle”, tagliò corto lui.> Cristina conosceva bene il fuoco che ardeva dentro Marina e sapeva che la figlia la adorava, nonostante le sue imperfezioni. Tentò, comunque, di dare e darsi una giustificazione e, avvicinandosi a sua figlia, la guardò con occhi di donna :< Per svolgere il lavoro di mamma è necessario sentirsi una donna realizzata che sta bene con se stessa. Ma come si fa, quando l'orologio è una presenza costante e incombente nella vita di tutti i giorni? Una delle cose fondamentali è riuscire a ritagliare del tempo per se stesse e per la propria vita privata, senza sentirsi in colpa perché non si passa tutto il proprio tempo libero con i figli.> Ma la ragazza sorridendo le rispose:< Tu sei la mia mamma imperfetta di cui ero innamorata, ma la cui forza continua a farmi paura. Predicavi un lavoro sicuro, parsimonia, ma poi ti sei sempre divertita a spendere fino all’ultimo centesimo nelle tue passioni, che cambiano di volta in volta. Investimenti, li chiami tu. Come quando il merciaio del paese ha chiuso bottega e tu hai rilevato tutto, accatastando bottoni, nastri, colletti, guantini e meravigliosi libroni con i campioni di stoffe nel salotto dove io ho imparato ad apprezzare la moda. Diciamo che la coerenza non è mai stata il tuo forte. Ma ora capisco come deve essersi sentito spiazzato papà, lui così abitudinario e impreparato a fronteggiare l’uragano che gli avrebbe cambiato per sempre la vita. Ovviamente nessuno è riuscito ad arginati. Il tuo spirito va più veloce di ogni regola, di ogni affetto. E sei rimasta te stessa. Il famoso psicologo ti paragonò alla torre di Babele a cui tutto ruota intorno. Io mi sono sempre rifiutata di spezzare quella catena che mi tiene stretto il cuore e, purtroppo, spesso mi intrappola la mente nel terrore di aver preso solo i tuoi difetti. Però so che è grazie alla tua meravigliosa follia se ho avuto il coraggio di inseguire i miei sogni.>

 

Non è un racconto originale, ma è tratto da articoli vari connessi, tuttavia, nello scrivere e accoppiare le sequenze di un dialogo immaginato ho capito che molte cose vanno raccontate e dette perché sono le pietre miliari del nostro viaggio, sempre uguale nella sua direzionalità, ma sempre diverso per la varietà di forme pensate, immaginate e sognate da noi, esseri umani, che crediamo nel dualismo anima corpo e nei sentimenti che li tengono insieme.

Ugo Arioti

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