sabato 7 giugno 2014

SAPERE MORALE E SAPERE ERMENEUTICO

Attraverso questa lettura cercheremo di capire l’importanza della filosofia e l’ermeneutica, che io, per comodità pratica mentale, faccio partire da Aristotele. Abbiamo scelto come primo testo base “La metafisica del bello nell’ermeneutica di Gadamer” di Sabrina Scarpetta. UA

SAPERE MORALE E SAPERE ERMENEUTICO


L’importanza della filosofia pratica

Una delle prospettive aperte dall’ermeneutica di Gadamer invoca con sempre maggiore
vigore l’urgenza di una riflessione sulla ragione pratica di fronte all’evidente venir meno dei modelli tradizionali di orientamento dell’agire.
Quello di Gadamer è un valido esempio di discorso filosofico tecnico che non rifiuta di
misurarsi con i problemi della vita concreta, e soprattutto che non dimentica l’aspetto della
saggezza della vita, come invece mostra di aver dimenticato molta filosofia accademica
dell’attuale movimento culturale e intellettuale.
Gadamer si rifà al pensiero di Aristotele, insistendo molto sulla riscoperta ermeneutica
della filosofia pratica aristotelica, che definisce un modello esemplare di razionalità al quale sarebbe più che mai al giorno d'oggi opportuno fare riferimento.
Il motivo della ragione pratica è ricorrente e centrale nella stessa misura dei continui
richiami di Gadamer all’ideale classico della saggezza pratica e della frónhsij , di contro ad
un atteggiamento di prudenza e di sospetto nei confronti della scienza moderna e della
tecnica, e ad una critica risoluta, come si è visto, dell’ottimistica ideologia del progresso;
nella sua radicale analisi dell’essenza della tecnica, Gadamer è senza dubbio l’erede più
autorevole dell’insegnamento heideggeriano. E’ Heidegger, infatti, a impostare il percorso
speculativo che passa per una travolgente scoperta dell’attualità della filosofia pratica
aristotelica, dell’idea di πραξισ come movimento originario del vivere umano e della
frónhsij come lume e sapere orientativo; è evidente, in seguito, l’appropriazione di tale
pensiero da parte di Gadamer, che teorizza così il valore esemplare della filosofia pratica
contrapponendolo alle aporie in cui la cultura scientifica e tecnica del mondo moderno ha
condotto la filosofia, costretta a scegliere tra l’arcadia e la tecnofilia, cioè tra una
celebrazione per così dire museale di valori idealizzati come classici e perenni, ma non più
realmente vissuti nella storia degli effetti, oppure un vuoto vassallaggio al dominio del sapere scientifico e tecnico.
Attraverso la riabilitazione della filosofia pratica e del concetto di frónhsij , Gadamer
vuole indicare una via da seguire per affrontare i problemi che accompagnano il cammino
della finitudine umana verso quell’attitudine divina possibile e raggiungibile dall’uomo, che altro non è se non la θεορια ; sembrerebbe a questo punto esserci una incongruenza tra il significato fattuale della filosofia pratica, la prassi (πραξισ), e il significato meditativo o
contemplativo, cioè passivo e non attivo, insito nell’idea di teoria (θεορια).
In realtà teoria e prassi non vengono in contrasto tra loro: come si chiarirà meglio più
avanti, per Gadamer ogni prassi significa in fondo ciò che rinvia al di là di essa, e al di là di
essa c’è appunto la teoria, che non è una facoltà di cui l’uomo dispone, ma un qualcosa che
esige preparazione e formazione (Bildung), e che presuppone, in altre parole, la riuscita
della πραξισ: allora, la filosofia pratica altro non è che l’iniziazione necessaria per pervenire alla suprema attività della θεορια.
Nel dare rilievo all’importanza dell’idea di filosofia pratica Gadamer non può
prescindere dalla svolta data ancora una volta da Heidegger contro il concetto idealistico di
ermeneutica, nella nuova direzione di un’ermeneutica della fatticità: essa riesce a cogliere la temporalità e la finitudine dell’uomo di fronte al compimento infinito della comprensione e della verità, perché il comprendere viene riconosciuto nella tensione in cui si trova rispetto all’accadere reale.
Specificato il sapere sotto quest’ottica, Gadamer afferma dunque che nelle scienze dello
spirito l’essenziale non è l’oggettività, come è, invece, nell’indagine di tipo scientifico della
realtà, bensì la relazione preliminare con l’oggetto: questo ideale della partecipazione viene
ad integrarsi con l’ideale della conoscenza oggettiva basato sull’etica della scientificità.
La partecipazione alle espressioni essenziali dell’esperienza umana, come si sono
configurate nell’arte e nella storia, è il vero criterio che, nelle scienze dello spirito, riconosce la ricchezza o la povertà delle stesse teorie.
Interesse e partecipazione all’esperienza umana esistevano già nel pensiero di Aristotele,
che sviluppò la filosofia pratica elevando la prassi umana ad ambito di sapere autonomo.
Prassi significa l’insieme delle cose pratiche, ovvero ogni comportamento umano e ogni
istituzione umana in questo mondo; ma qual è il posto teoretico del sapere e del riflettere
sulla prassi?
Secondo Aristotele, tra il sapere e il fare vi è al centro la prassi, oggetto della filosofia
pratica. Il suo vero fondamento sta nel fatto che l’uomo ha una posizione centrale e conduce la propria vita seguendo non l’istinto, ma la ragione, e la virtù fondamentale che viene dall’essenza dell’uomo è dunque la ragionevolezza (frónhsij ) che guida il suo agire, cioè la prassi Aristotele stesso si domandava come la virtù della frónhsij potesse collocarsi
accanto alla virtù del sapere scientifico e del saper fare tecnico, ma qui basti accennato
all’impostazione concettuale di Gadamer, mentre l’analisi delle problematiche verrà
affrontato più avanti.
L’idea decisiva, che accomuna sia le scienze dello spirito sia la filosofia pratica è che in
entrambe la struttura finita dell’uomo assume una posizione determinante rispetto al compito infinito del voler sapere. Questo voler sapere trova il suo miglior agio nella realtà fattuale, ovvero nella realtà costituita di convinzioni, di valutazioni, di abitudini condivise e
comprensibili profondamente da tutti, cioè l’insieme di tutto ciò che forma il sistema di vita.
La realtà, e tutto ciò che si diviene tramite l’esercizio e l’abitudine è l’ηθοσ, e Aristotele è il
fondatore dell’etica perché ha reso determinante questo valore della realtà fattuale.
L’insegnamento della filosofia pratica viene definito da Aristotele anche politica, e il
passaggio dall’etica alla politica viene sottolineato dalla continuità concettuale delle opere
Etica Nicomachea e Politica.
La filosofia morale non ha come unico scopo una pura e semplice conoscenza, bensì un
effettivo miglioramento dei costumi, che si verifica attraverso le abitudini imposte con le
leggi. Le leggi hanno valore educativo perché costringono a prendere le buone abitudini che predispongono alla virtù, e la scienza che permette di costruire un sistema legislativo
razionale ed efficace sarà necessariamente la politica.
Nel guidare rettamente la volontà dell’uomo assume importanza l’espressione sensus
communis23: essa non significa solo la capacità generale che tutti gli uomini possiedono, ma è quel senso che fonda la comunità, e non è un sapere dimostrato, ma permette di scoprire il verosimile, ovviamente un verosimile non certo inteso come probabilità, bensì come per lo più, cioè come sapere inteso e condiviso dalla maggioranza: esso non è un sapere pratico né un sapere teoretico, ma, come la φρονησισ, è orientato alle situazioni concrete, e deve quindi cogliere le circostanze nella loro infinita varietà.
Nel distinguere tra sapere fondato sui principi generali e sapere del concreto Aristotele
vuole fare agire anche un motivo positivo, etico: per cogliere e dominare la situazione
concreta occorre sussumere il dato sotto l’universale, cioè sotto il fine che ci si propone, e
questo presuppone che esista già nell’uomo un certo orientamento della volontà, cioè un
modo di essere morale: l’εξισ è infatti l’attitudine dell’anima a essere moralmente
qualificata.
Per questo la frónhsij è per Aristotele una virtù morale: egli non vede solo una facoltà
(δυναµισ), ma una virtù che non solo distingue ciò che si può fare da ciò che non si può fare, ed è quindi una specie di intelligenza pratica, ma che nel suo saper distinguere implica e presuppone un atteggiamento morale che distingue ciò che è moralmente conveniente da ciò che non lo è.
La filosofia pratica sprona dunque a usare rettamente, tramite la ragione, il sapere e il


saper fare di ogni uomo per perseguire dei fini comuni; in questo compito, come si vedrà tra breve, la filosofia ermeneutica, ancora una volta, svolge un ruolo centrale, in quanto deve mediare tra il sapere dell’universale teoretico e il sapere della prassi: l’ermeneutica governa perciò, secondo Gadamer, l’intera dimensione dell’autocomprensione.

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