lunedì 14 aprile 2014

Cicerone e Seneca: di fronte all’umano ( argomento 2014 )


Mentre le grandi scoperte ontologiche e i complessi sistemi filosofici hanno continuato a rimanere appannaggio dei Greci, due grandi scrittori Romani si sono confrontati con queste speculazioni, chiamandole a dare ragione di se stesse dinanzi all’esigente tribunale del pensiero umanistico latino. Cicerone e Seneca hanno fatto della filosofia un punto di confronto appassionato per la loro vita e per l’intero mondo latino, aderendo a dottrine diverse quali l’ecclettismo per il primo e lo stoicismo per il secondo.
Cicerone non è classificato come ‘filosofo’, in quanto non elabora un proprio sistema filosofico e non si addentra in costruzioni metafisiche complete; tuttavia giunge ad osservazioni antropologiche rilevanti, che mettono le idee filosofiche in relazione con le evidenze decisive dell’esperienza umana. Così in lui troviamo affermazioni importanti sulla natura grandiosa e misteriosa del soggetto umano: La ragione umana non è forse penetrata fino al cielo? Unici tra gli esseri viventi, conosciamo il sorgere, il tramontare e le orbite delle stelle, il genere umano ha definito il giorno, il mese, l’anno, ha conosciuto le eclissi di sole e di luna e ha previsto per il futuro il loro verificarsi, la loro intensità e il momento in cui si verificheranno. Dalla contemplazione di questi fenomeni la mente perviene alla conoscenza degli dei, dalla quale nasce la devozione a cui sono congiunte la giustizia e le altre virtù; da queste deriva una vita felice analoga e simile a quella degli dei, in niente altro inferiore agli esseri celesti che nell’immortalità, che non ha nulla a che vedere con la felicità della vita.
[…] Socrate, in Senofonte, chiede da dove abbiamo preso la mente, se il mondo non la possiede. E io chiedo da dove abbiamo preso il linguaggio, i numeri, il canto; a meno che non pensiamo che il sole parli con la luna quando essa si avvicina, o che il mondo risuoni armoniosamente, secondo l’opinione di Pitagora.
Quando contempliamo queste ed altre innumerevoli cose, possiamo dubitare che ad esse presieda un creatore, se esse sono nate, come pensa Platone, o se sempre esistettero come pensa Aristotele, un regolatore di così grande opera e apparato? Lo stesso è dello spirito umano, benchè tu non lo veda, come non vedi Dio, tuttavia, come riconosci Dio dalle sue opere, così dalla memoria, dalla facoltà inventiva, dalla rapidità del movimento, e dalla bellezza della virtù, devi riconoscere l’essenza divina dello spirito.
Tutto questo costituisce per Cicerone un rimando a Dio, anche se il mistero dell’uomo si infittisce e si oscura quando il retore propone altre considerazioni amare sulla condizione e sulla cattiveria umana e sul rapporto con l’apparentemente incomprensibile Dio:
[…] sarebbe stato meglio che gli dei non ci avessero dato alcuna facoltà razionale del tutto, piuttosto che avercela data con effetti così disastrosi.
“Non si occupa dei singoli individui”. Non c’è da stupirsi: non si occupa neppure delle città. Non solo di queste: neanche delle nazioni e dei popoli. Ma se Dio trascurerà anche questi, che c’è di strano se ha trascurato il genere umano nella sua totalità?
Ma Epicuro ha estirpato radicalmente la religione dall’animo umano perché ha privato gli dei immortali della possibilità di soccorso e della benevolenza. Pur affermando che la natura divina è ottima e superiore, nega che in Dio vi sia benevolenza; così elimina l’attributo più caratteristico di una natura eccellente e superiore.
In tutto questo il grande retore di Arpino non vede una negazione della natura divina, ma piuttosto l’affermazione di “quanto sia oscura e quanto sia difficile spiegarla” . Egli, come si è detto, non argomenta queste considerazioni in modo sistematico e risolutivo, ma ha il grande pregio di sottoporle con forza alla riflessione di tutti. In tal modo l’indagine antropologica, oggetto di queste pagine, viene richiamata ai livelli metafisici da cui potrebbe inopportunamente essere tentata di staccarsi. E’ del resto quello che Cicerone ottiene in modo rilevante affermando l’esistenza di una legge universale, che è al tempo stesso eterna ed immutabile perché conforme alla ragione divina: è quest’ultima infatti che costituisce il diritto naturale, il quale precede qualsiasi ordinamento civile.
Vi è infatti una norma [ratio], che deriva dalla stessa natura, che spinge al ben fare e distoglie dal delitto, la quale incomincia ad essere legge non allorquando viene scritta, ma fin da quando è sorta; e sorse unitamente all’intelletto divino. Per il che la prima e verace legge efficace nel comandare e nel proibire è la stessa retta ragione del sommo Giove (De legibus II, 4, 10 [CICERONE 1972, p. 475]).
[…] la legge consiste nella norma suprema [ratio summa] inerente alla natura, la quale ordina ciò che si deve fare, e proibisce il contrario. Questa norma [ratio] medesima, quando è resa evidente ed impressa nella mente umana, è legge (De legibus, I, 6, 18-19 [CICERONE 1972, p. 429]).
Vera legge è la retta ragione, in armonia con la natura, universale, immutabile, eterna, che con i suoi ordini richiama l’uomo al dovere e con i suoi divieti lo distoglie dalla frode. Gli ordini e i divieti suoi sono ascoltati dagli uomini onesti, mentre non hanno alcun potere sui malvagi. Non è lecito ad essa sostituire altra legge, né modificarla in alcuna parte o annullarla del tutto, poiché né popolo né senato potrà dispensarci dall’osservanza di una legge che ha bisogno di un Sesto Elio per essere commentata e spiegata. Non è essa infatti diversa da Roma ad Atene o dall’oggi al domani; ma unica, eterna, immutabile e capace di tenere a freno tutte le genti di ogni tempo. Poiché uno è signore e guida di tutte le cose, il dio, colui che tale legge ha ideato, meditato, emanato; e chi né a lui né a quella obbedirà, rinnegherà se stesso e la propria natura di uomo, e dovrà subirne la pena, anche se sfuggirà a quei supplizi, che tali sono ritenuti nel giudizio degli uomini (De re pubblica III, 22, 33 [CICERONE 1994, pp. 187-189])
Tutto questo costituisce per Cicerone un rimando a Dio, anche se il mistero dell’uomo si infittisce e si oscura quando il retore propone altre considerazioni amare sulla condizione e sulla cattiveria umana e sul rapporto con l’apparentemente incomprensibile Dio:In tutto questo il grande retore di Arpino non vede una negazione della natura divina, ma piuttosto l’affermazione di “quanto sia oscura e quanto sia difficile spiegarla” . Egli, come si è detto, non argomenta queste considerazioni in modo sistematico e risolutivo, ma ha il grande pregio di sottoporle con forza alla riflessione di tutti. In tal modo l’indagine antropologica, oggetto di queste pagine, viene richiamata ai livelli metafisici da cui potrebbe inopportunamente essere tentata di staccarsi. E’ del resto quello che Cicerone ottiene in modo rilevante affermando l’esistenza di una legge universale, che è al tempo stesso eterna ed immutabile perché conforme alla ragione divina: è quest’ultima infatti che costituisce il diritto naturale, il quale precede qualsiasi ordinamento civile.[ratio]

Né solo il giusto e l’ingiusto hanno la loro differenziazione nella natura stessa, ma in generale tutto ciò ch’è onesto e tutto ciò ch’è turpe. La comune nostra capacità di comprendere, infatti, ci rende note tali cose e ha posto nella nostra anima i principi mediante i quali giudichiamo che la virtù sta nell’onesto e il vizio nel turpe. Ritenere che questo criterio di giudizio abbia le sue radici nell’opinione e non nella natura, è da folle. Neanche la virtù – per usare un nome impropriamente – del cavallo o dell’albero risiede nell’opinione, ma nella natura. […]. La virtù è la ragione nel suo stato perfetto; e questo è un fatto di ordine naturale senza alcun dubbio» (Cicerone, De legibus, I, 16, 44-45 = SVF III, 311-312 [AA.VV. 1994, vol. II, pp. 1205-1206]).
L’esito sul piano antropologico di queste affermazioni sulla legge naturale è l’attestazione nell’uomo di una capacità razionale in grado di cogliere la legge divina attraverso l’osservazione della realtà: l’uomo cioè non possiede solo la capacità di cogliere dei fenomeni fisici, ma anche quella di andare oltre ad essi per giungere sul piano dell’eterno e dell’immutabile, come nella già incontrata dottrina platonica delle idee. L’uomo si conferma dunque un ente assolutamente sui generis.
Seneca dal canto suo rafforza il riconoscimento ciceroniano della superiorità dell’uomo rispetto alla meccanicità degli altri enti con l’introduzione dei concetti di coscienza e di volontà.
La ‘coscienza’ è la consapevolezza del bene e del male; non una semplice conoscenza intellettuale, ma una intuizione originaria e ineliminabile, da cui l’uomo non può nascondersi:
Nessuno, se non coloro che hanno sempre agito secondo la propria coscienza, che mai si inganna, si rivolge volentieri al passato; chi ha desiderato molte cose con ambizione, ha sprezzato con superbia, si è imposto senza regola né freno, ha ingannato con perfidia, ha sottratto con cupidigia, ha sprecato con leggerezza, ha paura della sua memoria. (Lettere a Lucilio)
[…] le cattive azioni sono torturate dalla coscienza: il suo maggior tormento è l’essere straziata senza tregua da un’ansia continua e il non poter credere a chi promette tranquillità. È proprio questa la prova, caro Epicuro, che noi aborriamo la criminalità per disposizione naturale: tutti i delinquenti hanno paura, anche se sono al sicuro. (Lettere a Lucilio)
Perché è radicata in noi la ripugnanza per un’azione condannata dalla natura. Per questo anche chi sta nascosto non è mai sicuro di rimanerlo: la coscienza lo accusa e lo smaschera a se stesso. (Lettere a Lucilio)
Vuoi sapere che cosa sia il vero bene o da dove venga? Te lo dirò: dalla buona coscienza, dagli onesti propositi, dalle rette azioni, dal disprezzo del caso, dal tranquillo e costante tenore di vita di chi segue sempre lo stesso cammino. (Lettere a Lucilio)
Aver coscienza delle proprie colpe è il primo passo verso la salvezza. (Lettere a Lucilio)
La ‘volontà’ è l’energia con cui l’uomo può decidere di aderire al bene. All’uomo infatti non può bastare la conoscenza del bene per poterlo attuare; non è sufficiente ‘conoscere’ il bene, occorre anche ‘volerlo’:
Non sono oneste le azioni compiute contro voglia o per costrizione; tutto ciò che è onesto parte dalla volontà. (Lettere a Lucilio)
L’uomo dunque si dimostra in relazione con la realtà soprasensibile non solo per la conoscenza delle idee, ma anche per queste facoltà non-meccaniche che son o in lui, la coscienza e la volontà



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