martedì 20 gennaio 2015

Atene, le accuse alla Troika: "Salvate le banche e non i greci"


Per il Jubilee Debt Campaign il salvataggio di Bce, Ue e Fmi ha messo in sicurezza gli istituti ma ha affondato il paese: "Meno del 10% dei 240 miliardi di prestiti internazionali è andato davvero alla gente, il resto è finito a puntellare il settore del credito o per pagare gli interessi"



MILANO - Primo fatto: la Grecia è vittima dei suoi errori. Conti truccati e malgestione del servizio pubblico che nel 2010 hanno portato il paese sull'orlo del default. Secondo fatto: senza i 240 miliardi di prestiti agevolati della Troika (in cambio di dodici finanziarie lacrime e sangue) Atene sarebbe andata in bancarotta da anni e probabilmente sarebbe tornata alla dracma. Terzo fatto: i soldi di Bce, Ue e Fmi, così almeno sostiene la Ong inglese Jubilee debt campaign, non sono finiti alla gente, ma sono serviti "per salvare le banche europee".

I numeri, racconta lo studio pubblicato alla vigilia delle elezioni del 25 gennaio dall'organizzazione britannica, parlano chiaro: quando è partito il piano di salvataggio nel 2010 Atene era esposta con le banche e il settore finanziario in generale per 310 miliardi di dollari. L'intervento della Troika ha dato modo agli istituti di sfilarsi dalla partita senza danni o con perdite marginali girando il cerino proprio alla Troika. Ue, Fmi e Bce hanno oggi in portafoglio 247 miliardi del debito greco (il 78% del totale) sotto forma di prestiti con gli interessi congelati fino al 2020, tasso dell'1,5% e scadenza media a 32 anni.

Dove sono finiti i soldi prestati dai generosi partner internazionali? "Oltre 34 miliardi sono serviti per finanziare la ristrutturazione del debito privato del 2012 - calcola Jubilee debt campaign - 48,2 per ricapitalizzare le banche elleniche e 149,2 miliardi per pagare gli interessi e il capitale degli stessi crediti della Troika". Il risultato finale è figlio della matematica: ai greci sono finiti poco più di 20 miliardi, "meno del 10% del totale". Il piano di salvataggio - sintetizza la Ong - "è stato congegnato per salvare la finanza, spostando il debito dal settore privato a quello pubblico".

Accuse pesanti. Ma non le uniche di Jubilee Debt Campaign. "Il debito andava tagliato già nel 2010 - dice l'organizzazione *- come suggerito da diversi paesi nel board del Fondo Monetario, Brasile, India, Iran e Argentina in primis". Invece si è scelto di chiedere ad Atene sacrifici pesantissimi che hanno bruciato un quarto del pil nazionale in 5 anni. "E il debito del paese nel frattempo è salito dal 133% del pil al 174%". Più alto del livello raggiunto nel 2012 dopo che i creditori privati hanno accettato di tagliare del 70% la loro esposizione.

La conclusione dello studio è un assist al programma elettorale di Syriza, che chiede un taglio all'esposizione per poter rilanciare l'economia nazionale. Accordo da definire in una Conferenza internazionale simile a quella che nel 1953 ha sforbiciato del 50% il debito post-bellico della Germania. Se la Conferenza su Atene fallisse, nessun problema, conclude la Ong: "Atene potrebbe fare default ma rimanendo nell'euro". E il Pil nazionale, come successo nell'Argentina, avrebbe poi solo da guadagnarne. 
Ettore Livini

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