venerdì 6 gennaio 2017

Han Kang e la donna che volle fortissimamente farsi albero

Nel romanzo della coreana Han Kang, «La vegetariana» (Adelphi), Man Booker International Prize, storia di una donna che rifiuta la carne. Niente sarà più come prima


Il plot è semplice: una donna comune, borghese, Yeong-hye, decide dopo un sogno inquietante di non mangiare più carne. A questo punto l’autrice si muove in due direzioni: da una parte divide la vicenda in tre storie i cui narratori sono tre parenti della donna, e dall’altra dà al fatto di non mangiare carne — e poi, via via, più nulla — un significato sempre più radicale. Fa capire al lettore, insomma, che lo «scandalo» non è quello.
Le tre storie sono narrate dal marito, dal cognato-amante e dalla sorella di Yeong-hye. E mostrano tre modi di rapportarsi prima ancora che alla protagonista, alla realtà in sé. Il marito: ha sposato la donna per opportunità sociale e per noia, è irritato dalla sua bizzarria improvvisa solo perché infrange il ruolo codificato della consorte in seno a una società patriarcale e tradizionale. Ma quanto è prezioso, questo narratore, per descrivere il formale, rigido pranzo festivo della famiglia riunita: una scena in cui il rifiuto di mangiare di Yeong-hye autorizza violenza, torture, recriminazioni durissime, blandizie oscene, minacce e abusi. Siamo al corpo della donna come proprietà del padre e, tramite contratto, del marito.

Han Kang
Han Kang

L’amante: l’autrice affida la seconda narrazione al personaggio del cognato, marito della sorella. C’è forse da aspettarsi di meglio dall’amore romantico, per la comprensione della donna e delle sue scelte? L’uomo è un artista, si innamora alla follia della follia di Yeong-hye ma, ancora, il suo passaggio è così epidermico che proprio all’epidermide si ferma. Decide di dipingere la donna, il suo corpo, letteralmente, con una pittura floreale, le propone di immortalarla (in video) in amplessi di ogni tipo, conduce con lei un gioco erotico narcisistico che soddisfa il desiderio del maschio ma spinge il femminile in un isolamento sempre più freddo, abbandonato e bamboleggiante, glaciale. Come un vegetale, come un albero: ed è proprio all’«albero Yeong-hye», in fin di vita in ospedale, senza più interesse al cibo della carne, oltre che alla carne come cibo, che si accosta l’ultima narratrice.
La sorella: moglie dell’artista, è l’unica a cercar di capire Yeong-hye nella sua ormai decisa autodistruzione o affermazione. Ma sebbene il tentativo sia il più affettuoso e intimo, ora anche l’affetto è poca cosa, buona solo a risolvere i conflitti interiori della sorella lasciando intatto il dramma cosmico, sovraindividuale, di Yeong-hye. Resta impressa a lungo, con l’evocazione del buddismo e della sua impermanenza, l’immagine di Yeong-hye che tenta di trasformarsi in un albero mettendosi a testa in giù nei corridoi del manicomio. È straziante che non ci riesca.
Tra gli ascendenti occidentali del romanzo, uno è il già citato Bartleby, con il suo «preferirei di no» immotivabile, sacrosanto e mortale; l’altro è il Simposio platonico, dialogo sull’eros, sull’amore e sulla bellezza assoluta, su cui la storia si interroga. Ma è nelle filosofie orientali che il libro ha il suo terreno d’elezione. Perché senza mai concedere al lettore di interrogare, incontrare, raggiungere la protagonista Yeong-hye, che più si assottiglia più giganteggia nella pagina, il romanzo precipita verso un finale aperto: come aperta è la riflessione sull’appartenenza di ognuno a sé e al cosmo, alle proprie convinzioni e alla propria fatale (o salvifica) ricerca di senso. 

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