sabato 21 marzo 2015

James George Frazer e l'evoluzionismo (antropologia)

Presentiamo la figura di un antropologo scozzese, uomo tutto d'un pezzo, ruvido ed essenziale che ha dato spunti anche alla ricerca psicologica di Freud sul disagio della Civiltà. La sua ricerca, senza ombra di dubbio, unita al suo immenso amore per tutte le civiltà, usi e costumi dei popoli del Mondo, ci ha presentato, anche con i limiti dell'uomo, culture e genti ancora sconosciute all'alba del XIX Secolo.
Ugo Arioti


 
Frazer (1854 - 1941) è uno scozzese studioso di antropologia che ha lasciato un numero enorme di scritti sul folklore dei popoli primitivi. E noto come per tutto l’arco della sua vita abbia affrontando approfonditi studi sociologici sul totemismo, sulle usanze delle popolazioni dell’Australia, dell’Africa e del nord America, portando a conoscenza del mondo occidentale usi e tradizioni pressoché sconosciute. Il suo personale senso di evoluzione lo porta a considerare la storia della cultura umana secondo stadi di successive fasi di sviluppo, dalle più arcaiche e primitive a quelle più evolute, insomma un percorso che, partendo dalla magia, passa attraverso la religione per arrivare alla scienza. Per questo suo modo di concepire l’evoluzione, viene aspramente criticato: Alfonso Di Nola valuta questo modo di vedere le cose come "un’utopia ottocentesca scatenata dalle teorie biologiche di Darwin, segno di incomprensione della cultura e di un eccessivo tentativo di storicizzazione dei dati che esclude ogni scala di valori delle diverse culture". Wittgenstein scrive:

Il modo in cui Frazer rappresenta le concezioni magiche e religiose degli uomini è insoddisfacente perché le fa apparire come errori. Quale ristrettezza della vita nello spirito di Frazer! Quale impossibilità di comprendere una vita diversa da quella inglese del suo tempo!

Tanto Wittgenstein che Di Nola peccano di un malsano buonismo, oramai dilagante nel nostro secolo. Certamente Frazer non ha mai disprezzato alcuna civiltà, anzi ha dimostrato di amarle tutte molto più profondamente di chiunque altro e proprio per questa sua sensibilità non ha commesso l’errore di valutare sé stesso quale rappresentante ultimo e perfetto di un generico processo evolutivo! Ha solo avuto la grande intuizione, grazie alla quale non può certo essere considerato inferiore a Darwin, che evoluzione significa "andare oltre"...oltre la magia, oltre la religione, oltre la filosofia, oltre la scienza, oltre l’uomo. Non possiamo dunque rimproverare a Frazer l’uso del termine "primitivi" dato a certe società, cari signori Wittgenstein e Di Nola, perché non possiamo nascondere ai nostri occhi che, se abbiamo dinanzi esempi splendidi di civiltà antiche, dobbiamo anche riuscire a prendere atto che alcuni popoli, esempio quelli di razza nera, in millenni di esistenza non sono riusciti a produrre niente che si avvicini ad una organizzazione sociale evoluta, senza naturalmente togliere niente ai negri. Primitivo è dunque sinonimo di non cambiamento, di non superamento di sé e quindi di non evoluto. Molti di coloro che nel nostro secolo hanno vissuto il ’68 ricorderanno che in quegli anni all’Università, all’ esame di Biologia delle razze umane o di Etnologia, non si poteva nemmeno osare di proferire la parola "primitivo"!  Nessuno osava allora definire primitivi i Derbici, antichi abitanti dell’attuale Iran che coltivavano l’usanza di uccidere gli uomini che avevano superato il settantesimo anno di età e che poi se li mangiavano, e che alle donne anziane veniva serbata la sorte di venire strangolate e sepolte! Molti si riempivano la bocca con la parola "cultura" parlando dei Caspi, che facevano morire di fame i vecchi, o di tanti altri popoli sciamanici che gettavano in pasto ai cani malati e anziani, quando non decidevano di legare i morti per i piedi e per i capelli per farli sbranare dagli avvoltoi sulle cime più alte della loro amata patria! Con tutto il rispetto e la comprensione per questi riti, c’è qualcuno che oserebbe dire che tra quei tempi e i nostri non c’è stata un’evoluzione della specie nel senso del "superamento" di questi riti più o meno magici attraverso la loro trasformazione in forme prima simboliche religiose e poi in sistemi filosofici complessi ? Certamente tutti sono in grado di capire un concetto tanto elementare, ma è certo più bello meno faticoso e più conveniente farsi vedere buoni, magnanimi tanto da giustificare tutto, persino l’omicidio. E’ così che si è riusciti a mantenere per tanto tempo in vita civiltà tanto retrograde e depresse, perché solo attraverso la loro arretratezza è stato possibile l’espandersi di una politica di imperialismo. Ci si è sempre guardati bene dal dare a questi popoli una vera dignità di vita, ci si è sempre limitati a fornire loro al massimo un po’ di cibo o qualche tonnellata di farmaci scaduti. Nel nome della salvaguardia della cultura e delle tradizioni, si sono inventate vere dottrine sui destini nazionali tutte miranti alla salvaguardia di quello stato di primitività che ha consentito la nascita di imperi miliardari al servizio di concreti interessi economici di certe attività e di certe professioni. E adesso, anche ai giorni nostri, si continua a fare a gara a chi è più "buono" nel senso più spregevole del termine, a chi è più abile a giustificare gli assassini che lanciano sassi dai cavalcavia, a chi è più abile nel raccontare che i popoli primitivi non DEVONO essere chiamati primitivi, perché così si dimostra agli altri quanto si è migliori, poveri "buonisti", comprensivi di tutto fino alla stupidità. Frazer ai suoi tempi di questa ipocrisia non se ne fa un problema e fa una dettagliata rassegna della posizione religiosa che i re occupano nelle società che continua a chiamare "primitive" e non gli sfugge che questo è un ingegnoso mezzo per la dominazione dei sudditi: certamente non gli sfugge nemmeno, anche se non lo dice esplicitamente, che questa situazione si ritrova immutata nei grandi imperi del suo tempo, basta ricordare il patto stipulato fra Stato e chiesa durante il congresso di Vienna. Frazer affronta con grande profondità, spirito di osservazione e senso critico, il tema dei tabù, ossia tutta quella serie di norme da osservare per allontanare in modo scaramantico, il pericolo o perlomeno la sensazione che si ha di esso. Ad esempio, considerando che tra i popoli primitivi vi è la credenza che se un uomo vive e si muove, ciò può avvenire solo perché dentro di esso c’è un piccolo animale che lo fa muovere, e tale "spiritello" è detto anima. E come l’attività di animali e di uomini si spiega con la presenza di questa anima, così il sonno o la morte si spiegano con la sua assenza. Per le comunità primitive dunque l’atto del mangiare o del bere presenta gravi pericoli, perché è in quei momenti che l’anima può fuggire dalla bocca, ecco dunque tutto un fiorire di tabù su cibi e bevande. Non parliamo poi dei tabù legati alla sessualità, norme suggestive e fantasiose aventi tutte lo scopo di garantire all’uomo la paternità: i tabù sessuali dunque hanno la stessa funzione che ritroviamo esercitata in modo molto più naturale in tutti i rappresentanti maschili di tutte le specie viventi. La consuetudine poi di assumere cibo come corpo di un Dio era praticata dagli Aztechi molto prima che gli spagnoli conquistassero il Messico. Anzi sembra che l’uso di sacrificare il rappresentante umano di un Dio non abbia mai avuto tanta diffusione e solennità quanta ne ebbe in questo popolo. Conosciamo bene questo rituale, ampiamente descritto dai conquistatori spagnoli del XVI secolo, incuriositi da quella religione apparentemente incivile, ma in realtà tanto simile alla loro dottrina e ai riti della loro religione cattolica.

Essi sceglievano un prigioniero e, prima di sacrificarlo ai loro idoli, gli davano il nome di quello al quale era destinato, abbigliandolo allo stesso modo e dichiarandolo suo rappresentante. A volte per sei mesi, a volte per un anno lo riverivano e lo adoravano e in quel lasso di tempo mangiava, beveva e se la spassava. All’epoca della festa, quando si era fatto grasso, lo uccidevano, lo squarciavano e divoravano le sue carni come solenne pasto sacrificale.

Secondo il monaco francescano Sahagun, l’uomo Dio veniva immolato a Pasqua: in quell’occasione il Dio moriva nella persona del suo rappresentante umano per rinascere in un altro, anch’egli destinato per un anno a godere del funesto onore per poi fare la stessa fine del suo predecessore. E’ innegabile che tutto ciò corrisponde alla festa cristiana per la morte e la resurrezione del Redentore.

Freud (1856 - 1939) in quanto esploratore delle profondità psichiche e psicologo dell’istinto, si inserisce a pieno titolo tra quei scrittori dell’ottocento che scuotono il sentire comune. In questa sede ci interessano poco gli urti creati dalla psicanalisi nella polemica sulla sua scientificità e ci interessano poco anche i virtuosismi di Jung, Adler, Fromm e di tutte le scuole di pensiero che derivano dalla elaborazione del pensiero di Freud. Non ci preoccupiamo nemmeno di chiederci se in campo applicativo le teorie di Freud e della psicanalisi in genere debbano ritenersi valide considerando che per curare una nevrosi possono necessitare anni di "terapia". Quello che ci interessa invece è considerare come i suoi studi storico - religiosi - psicoanalitici arrivino a condizionare il costume di tutta l’Europa. Frazer e Freud sulla scia di Darwin forniscono all’uomo uno specchio inconsueto che fa sorgere dubbi forti sulla sua vita, in fondo molto più primitiva di quanto si possa immaginare. Freud elabora le osservazioni di Frazer nei suoi studi psicanalitici modellando le idee di tabù e di pratiche religiose partendo dall’esperienza della patologia individuale, ossia partendo dall’individuo e dalle sue dinamiche inconsce, arriva a spiegare i fenomeni sociali e collettivi.

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