domenica 9 marzo 2014

maschere di ieri e di oggi nel grembo delle Grande Madre Sicilia



Le prime notizie storiche certe sul Carnevale siciliano risalgono al 1600 e riguardano la città di Palermo e, col passare degli anni, la ricorrenza assunse sempre più sfarzo nella preparazione degli addobbi, dei costumi e delle maschere e potere sul desiderio collettivo di evadere dalla routine e dal quotidiano. Ma bisogna dire che già dalla metà del XVI Secolo un personaggio non scritto in copioni teatrali, ma partecipato e visto nelle pubbliche piazze della capitale del regno delle due Sicilie è Peppe Nappa. "Peppe Nappa è la più antica maschera siciliana e una delle più antiche tra quelle italiane. Come Pulcinella e Arlecchino, essa deriva dalle tipizzazioni delle maschere del teatro comico romano e si afferma, intorno alla metà del XVI Secolo, con la nascita, in Italia, della Commedia dell'arte che a Palermo ha assunto la forma della “Vastasata”, e a Catania quella del “Cu nesci parra”. Il suo antenato diretto è il “Zanni”(nome che, in dialetto bergamasco sta per “Giovanni”), prima maschera dialettale italiana che rappresenta il servo tonto e scroccone. Anche Peppe Nappa è un servo sciocco, regolarmente picchiato per ogni guaio che combina. Il soprannome “Nappa” contribuisce a caratterizzare il soggetto, associandolo all'elemento simbolo della miseria che è rappresentato, nell'immaginario collettivo, dalle “pezze” su abiti laceri. I suoi abiti, infatti, sono poveri, anche se non hanno toppe. Concetta Greco Lanza, in una introduzione al libro “Farse di Peppe Nappa” di Alfredo Danese (Edizioni Greco- Catania), ce lo descrive così: “È pigro e spesso compare in scena sbadigliando e di contro sa essere agilissimo e accenna a caso, passi di danza. Non porta maschera, non s'infarina, ha il volto raso e sottili sopracciglia; ha molti punti di contatto con la maschera francese di Pierrot, ma ne differisce nell'abito; infatti indossa una corta giacchettina azzurra con grandi bottoni, calzoni lunghi fino alla caviglia, ha sul capo un cappello dalle falde rialzate sopra una stretta calotta piana, scarpe bianche con fibbie, maniche lunghissime, fascia al collo.”.  Le guerre, le malattie, la condizione sociale allora divennero un grande contenitore dal quale attingere le caratterizzazioni del Teatro dell’Arte fatto in strada e partecipato da tutti. Tra le maschere siciliane più caratteristiche del passato occorre decisamente ricordare quelle dei "Jardinara" (giardinieri) e dei "Varca" note soprattutto nella provincia di Palermo e quelle dei "briganti" e quella del "cavallacciu" note soprattutto nel catanese. Tra le altre maschere tradizionali del passato si possono ricordare quelle che servono da parodia ai maggiori esponenti delle classi sociali cittadine: si hanno così le innumerevoli rappresentazioni dei "Dutturi", dei "Baruni" e degli "Abbati". Si può citare, ancora, la vecchia maschera della "Vecchia di li fusa" presente anticamente nella Contea di Modica. Si tratta di un travestimento per diventare, attraverso l'uso di una gonna sgualcita, un mantello che si annoda al collo ed un velo che parte dal capo, il simbolo della prossima morte del Carnevale. Sempre in prossimità della città di Modica - Rg -, si trovano le città di Monterosso e Giarratana. Qui le maschere di Carnevale del passato più rappresentative erano quelle dei " 'Nzunzieddu", cioè insudiciati, maschera così chiamata perché chi la impersona ha il viso sporco di fumo e terra rossa. Oggi un’altra maschera è comparsa nel teatro dei mercati antichi tra splendide montagnole di olive e affabulanti odori di timballetti di pasta al forno, sfincioni (scarsi d’olio e pieni di polvere), e roboanti ufo pieni di spazzatura: il “Rivolusionario”! In fondo la Sicilia gattopardesca dove Manfredi affronta il famoso “muro di gomma” per ricadere nel dejàvù è sempre presente a se stessa e partorisce in continuazione maschere grottesche! È l’animo del genius loci, Re Palermo!
Zaratustra

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